Da Guspini a El Salvador: l’esperienza di un volontario sardo

Cagliari, 18 agosto 2015 – Partito in El Salvador con un progetto comunitario di volontariato con l’Associazione Younet di Bologna, Nicola Peis, 30enne di Guspini (Medio Campidano) ha trascorso un anno nell’America centrale. Ha raccontato la sua esperienza in El Salvador aiutando i poveri e i meno fortunati.

nico

L’anno che mi appresterò a descrivere è stato uno  dei più belli, interessanti e importanti della mia vita, quindi non sono sicuro di riuscire con poche parole a dare la giusta dimensione ad  una così grande esperienza, però proverò a raccontarvi le mie impressioni e descrivervi parte del lavoro e  dei viaggi svolti durante questo straordinario E.V.S. (European Volunteer Service) a El Salvador. Ricordo ancora perfettamente le sensazioni dopo aver avuto la conferma di essere stato scelto come  volontario italiano; i primi pensieri su come sarebbe stato vivere dall’altra parte del mondo, la ricerca di ogni tipo d’informazione riguardante la nazione ospitante, le prime mail con le mie future colleghe Irene (Spagna), Cristiana (Portogallo) e Bianca (Romania); i nostri primi scambi di opinioni, motivazioni e le incertezze prima della partenza. Da quel momento in poi è stato un turbine di emozioni; una ‘full immersion’ che mi ha tolto il respiro, un onda dalla quale siamo stati investiti, affascinati e trasportati che ci ha permesso di scoprire un Paese, una cultura, una maniera di affrontare e godere della vita, che solo dopo averla lasciata mi ha fatto capire realmente quanto mi abbia influenzato, ammaliato e si sia ‘attaccata’ alla mia persona; e quanto questo ‘Pulgarcito de America’, sia in realtà grande e ricco da restare nei cuori di chiunque ci passi o viva, anche se solo per poco tempo. Il progetto di volontariato e intercultura al quale ho partecipato, chiamato Y.E.A.H  (Youth volunteering for Enviroment: Actives & Healthy lifestyles), ha avuto la funzione e l’obiettivo di avvalorare l’importanza dell’integrazione interculturale, la tolleranza e l’apprezzamento della diversità, tramite il lavoro educativo nelle scuole, il contatto e l’inserimento nella società; Il sostegno a uno stile di vita salutare basato sul rispetto dell’ambiente e delle persone; l’avvicinamento a realtà di emarginazione, violenza e povertà da combattere con l’educazione, il rispetto, la positività e il confronto; che in questo caso è avvenuto nelle varie attività che sono state svolte durante l’anno. Dopo le prime due settimane di orientamento, servite a noi volontari per conoscerci, ambientarci, prendere confidenza con la lingua parlata e  istruirci sulla storia e cultura del Paese tramite lezioni e visite guidate con i tutor; è iniziato il vero e proprio ‘lavoro sul campo’. Mi sento di poter suddividere il mio percorso in tre grandi fasi, corrispondenti cadauna a un differente progetto di volontariato, che abbiamo svolto in diverse zone del Paese. Il primo in assoluto si è svolto a Zaragoza, paese che si trova a metà strada tra la capitale di San Salvador e il Porto de La Libertad che si affaccia sull’Oceano Pacifico. Qui abbiamo vissuto per sei mesi, in una casa fantastica immersa nella natura dove siamo stati accolti e ospitati da un ragazzo salvadoregno Carlos e sua madre, persone fantastiche con le quali abbiamo convissuto e ci hanno fatto sentire come a casa. A pochi passi dall’abitazione era situato il centro scolastico cattolico di C.A.O.R. dedicata a Monsignor Romero (personaggio importantissimo per storia della nazione, ricordato e amato da tutta la popolazione e costantemente presente con la sua immagine in ogni angolo del paese) dove abbiamo svolto tutto il piano di supporto e le attività scolastiche con i ragazzi. Dopo una piccola presentazione ai professori, nella quale abbiamo descritto con il nostro ancora incerto spagnolo le nostre motivazioni, caratteristiche professionali e i nostri obiettivi; c’è stata quella  con gli alunni, dai bambini dell’asilo ai ragazzi delle superiori, che dal guardarci con stupore e curiosità, sono passati ad essere i nostri piccoli grandi maestri. Abbiamo lavorato ciascuno a diversi incarichi e in differenti materie, in modo da introdurci a poco a poco nel sistema educativo e dare un aiuto ai maestri, ai professori e ai ragazzi. Mentre le ragazze volontarie svolgevano supporto nelle lezioni d’inglese e informatica e rafforzo con i ragazzi che avevano problemi, in quanto pedagoghe, motivatrici e specializzate nel sociale; il mio è stato nel campo artistico e sportivo, con la creazione di un laboratorio di pittura e manualità e l’assistenza durante le ore di educazione fisica, con i bambini più piccoli al mattino e con i ragazzi delle medie e superiori nel pomeriggio. Le mie attività consistevano principalmente nell’aiuto all’organizzazione della lezione, nell’insegnamento dei principi e regole base dei vari sport; nell’organizzazione di tornei sportivi interni e spesso, passai dall’arbitrare partite di calcio maschile e femminile al giocare io stesso con i ragazzi più grandi,  o  fare con loro i test di corsa e resistenza, per i quali in seguito venivano valutati. Il  giovedì e venerdì, prima con le mie colleghe poi solo, svolgevo il laboratorio d’arte al quale hanno partecipato volontariamente diversi ragazzi del Bachilerato (superiori), poi diventati un vero e proprio gruppo di lavoro col quale abbiamo ridipinto tutte le pareti della zona asilo creando murales che rappresentavano la natura, gli animali e i giochi caratteristici di El Salvador, così da far sembrare che i bimbi giocassero il un grande giardino. Durate questi mesi abbiamo vissuto una vera e propria evoluzione formativa e caratteriale. Nei primi tre, abbiamo inoltre seguito un corso di spagnolo che unito alla pratica quotidiana alla scuola ci ha veramente portato ad un livello superiore di comprensione, d’interazione e di conseguente integrazione sociale; consolidata nei mesi successivi. Con i professori e i ragazzi si è instaurato rapidamente un grande rapporto di confidenza e amicizia, e oltre ad essere accolti sempre da grandi sorrisi e sinceri abbracci dai parte bambini, seguivano un infinità di domande  sui nostri Paesi d’origine, sul modo di vivere, sul cibo, sulla musica, e ovviamente essendo stato in corso il mondiale di calcio, pareri calcistici e pronostici, seguite ahimè anche dagli sfottò quando le nostre nazionali perdevano. Ai compiti e le attività quotidiane si univano quelle del nostro tempo libero. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere da subito tanta gente grazie ai volontari che ci hanno preceduto creando un vero e proprio gruppo di amicizie, che già dal primo mese ci hanno introdotto e reso evidente che il Paese, nonostante sia conosciuto per la criminalità e pericolosità, è abitato da persone fantastiche, accoglienti e orgogliose della propria terra, che con impegno e piacere ce l’hanno mostrata in tutta la sua bellezza. Quasi tutti i fine settimana organizzavamo delle gite ed escursioni, che ci hanno permesso di conoscere la grande varietà di paesaggi e tradizioni in quasi tutti i  dipartimenti e regioni dello stato. El Salvador, è soprannominato anche il Paese ‘della mezz’ora’, in quanto in così poco tempo ci si puoi spostare dalla città alla spiaggia, dal vulcano al lago, dalla montagna ai piccoli folkloristici villaggi dell’entroterra. E così di mezz’ora in mezz’ora, di settimana in settimana, abbiamo visitato i siti archeologici de la Joya de Ceren e San Andres e le sue rovine Maya, percorso la Ruta de las Flores di paesino in paesino partecipando con i propri innumerevoli festival musicali e culinari; abbiamo scalato il Vulcano di Sant’Ana e scesi fino alla parte di più bassa del cratere del Boqueron; siamo passati dal punto più alto e freddo del paese del Pital a la Puerta del Diablo con i sui incantevoli panorami; dalla barca sul lago Coatepeque all’alto faro del lago de Llopango; dalle mangrovie più vaste del Centro America della Bahia de Jiquilisco fino alle isolette de La Union, dall’Isola Zacatillo fino all’ultima striscia di terra salvadoregna del Golfo de Fonseca, per poi ammirare i tramonti del la Playa del Tamarindo, del Zonte o trascorrere magiche giornate e nottate a la Playa del Tunco. Insomma abbiamo girato in lungo e in largo tutta la nazione che non smetteva mai di offrirci nuovi orizzonti ed esperienze. La  seconda fase di questo nostro percorso è stata come entrare in maniera più profonda e consapevole nel ruolo di volontario e nel conoscimento culturale. Ormai non ci sorprendevamo più per qualsiasi cosa come al principio, ma avevamo metabolizzato le varie novità quasi da sentirle già nostre e così  i sapori, gli odori, i colori, il clima  tropicali sembravano a poco a poco appartenerci; i nostri ruoli cambiarono e tutto il progetto prese una nuova piega. Nei mesi successivi alla conclusione dell’anno scolastico da ottobre a gennaio, corrispondenti con la fine dell’inverno, siamo stati impegnati con un progetto di valutazione per conto di una Ong Internazionale chiamata Plan, che opera in circa ottanta differenti nazioni del mondo. Per noi credo che oltre un interessante alternativa lavorativa è stata anche una prova d’esame, perché dal supporto nei precedenti incarichi diventammo noi i veri  e propri protagonisti e responsabili del programma. Il nostro compito era valutare attraverso questionari, dinamiche di gioco e apprendimento il lavoro fatto durante l’anno dai professori e dai ragazzi partecipanti al progetto chiamato Aflatoun, che patrocinato dalla Banca Scotiabank, aveva il compito di educare e promuovere il sistema di risparmio finanziario e delle risorse, unito alla difesa dei diritti dell’infanzia. Per diverse settimane abbiamo eseguito questa raccolta d’informazioni, passando dall’ufficio centrale alle varie scuole nelle diverse comunità del dipartimento de La Libertad. Ogni giorno ciascun volontario aveva il suo percorso da effettuare e accompagnati con una macchina dell’associazione, muniti di casacche che mettevano in evidenza il grande logo Plan, simbolo che richiamava l’idea di  aiuto per le comunità e di conseguenza accettato nelle zone più povere e pericolose, ci accingevamo a svolgere il lavoro per poi prima dell’imbrunire rincontrarci in sede per la consegna del materiale. Credo fermamente che sia stato uno dei momenti più importante e di svolta nell’evoluzione del nostro volontario; infatti siamo stati in grado di guidare autorevolmente le dinamiche, di dialogare con i ragazzi, di raccogliere i dati e i contenuti che ci hanno permesso  di stilare  un valido  reportage che sarebbe servito in seguito come valutazione per l’associazione e i suoi finanziatori. Oltre la parte strettamente legata al progetto abbiamo potuto apprendere e comprendere le reali situazioni di disagio che i ragazzi vivevano, evidenziato dalle loro semplici ed esplicite parole, dai racconti o  dai loro disegni. E’stato come uno specchio che ha riflesso le problematiche di una società ancora povera, arretrata e maschilista, che fa i conti ancora con la mancanza di cibo, d’istruzione, di case e strutture d’accoglienza e con  l’altissimo tasso di disoccupazione, violenze, abusi e omicidi; spesso legati  alla delinquenza e alle pandillas o maras (gang criminali) vera  e propria piaga sociale, in alcune zone così forti da dettare regole e decidere sulla vita delle persone. E’ stato notevole vedere anche come i bambini delle zone costiere abituati a vivere a stretto contatto con i turisti erano più aperti al dialogo e partecipativi, spesso già in grado di parlare due lingue, pronti ad ascoltare e incuriositi dal nostro differente accento; mentre quelli delle zone più interne avevano un modo più chiuso e diffidente di affrontare dialoghi e relazionarsi, probabilmente anche perché trattavamo argomenti delicati che loro vivevano in prima persona. Tutta questa varietà di situazioni che il lavoro ci ha proposto, ci ha permesso di capire meglio le tante sfaccettature della cultura e della vita in America Latina e in particolar modo di questo Paese. Abbiamo inoltre potuto notare le caratteristiche comuni e le differenze rispetto alle nazioni confinanti, visitate nei nostri viaggi e nelle nostre avventure, intraprese spesso solo armati di mochilla (zaino,come in sardo, musciglia), un grande spirito di gruppo e  tanta, tanta voglia di conoscere. Siamo stati quindi in Guatemala, nella affascinante città di Antigua; in Honduras in tanti incantati ‘pueblitos’, con le loro peculiari piazze e bianche chiese, dove il tempo sembrava si fosse fermato; alle rovine di Copan con le sue imponenti statue e templi Maya; all’isola di Utila con le sue feste e nei meravigliosi Cayos, atolli dall’acqua cristallina; scendendo lungo tutto il Nicaragua per arrivare a San Juan del Sur, con il suo spettacolare golfo e belvedere dominato dalla gigante statua del Cristo; fin in Costa Rica e la sua natura selvaggia, abitata da bradipi, scimmie ed iguane che ci accompagnavano nelle nostre pedalate kilometriche nella costa caraibica fino alla grande Capitale di San Josè. Grandi viaggi, percorsi e luoghi che non mi stancherò mai di ricordare. Nell’ultima fase e periodo dell’anno abbiamo continuato la collaborazione con Plan, che dopo il nostro precedente incarico ci ha assegnato la partecipazione a un progetto di sicurezza alimentare e nutrizionale  per l’emergenza della Roya; animale che ha causato la morte di un altissima percentuale di piantagioni di caffè e  che ha messo in ginocchio le famiglie che vivono del lavoro nelle tenute agricole.  Il nostro lavoro era di monitoraggio degli orti nelle zone di Comasagua e Santa Tecla, nelle  comunità situate sulle montagne e zone a ridosso della capitale. L’assistenza consisteva nell’ispezione e controllo degli orti, nella partecipazione ai vari stage educativi e nel supporto durante la consegna dei buoni spesa e l’acquisto nei supermercati. Plan in collaborazione PMA (Piano Mondiale per l’Alimentazione),  individuavano le comunità più in difficoltà, sceglievano i beneficiari e organizzavano il piano di sostegno e la distribuzione dei vari aiuti. Operatori specializzati, come agronomi, salutisti e sociali guidavano le abilitazioni durante le quali le famiglie venivano istruite sulle proprietà degli alimenti, sull’importanza di una nutrizione salutare effettuando talvolta prove pratiche di cucina  in cui si mostrava la possibilità di avere una dieta variegata e genuina con i prodotti che la terra e i loro orti offrivano. Abbiamo preso parte inoltre a stage  sull’agricoltura, dove venivano esposte le modalità e i tempi di semina e raccolta dei vari prodotti; costruzione di impianti d’irrigazione semplici ricavati da semplici bottiglie d’acqua a quelli un po’ più  complessi come quelli a goccia composti da tubature, valvole e costruzioni con materiali messi a loro disposizione dalle associazioni. Sempre con le solite modalità di lavoro che ci permettevano di muoverci e agire in sicurezza, ci presentavamo nelle diverse comunità che eleggevano il loro proprio rappresentante, il quale ci accompagnava nelle singole case, dove venivamo accolti con il sorriso e la voglia di mostrarci il risultato del loro apprendere e delle tante ore di lavoro. Fotografavamo e registravamo la dimensioni degli orti e le ore impiegate in rapporto alla forza lavoro messa a disposizione. Personalmente tutto questo è stato per me di grande impatto, è stato un po’ come tornare indietro nel tempo e capire realmente le difficoltà che ancora oggi tante persone vivono per soddisfare le necessità basiche. Spesso in diverse zone non si aveva neanche disponibilità d’acqua, quindi si dovevano affrontare percorsi lunghissimi e impervi e per raggiungere una fonte dove riempire le botti, che caricate sulla testa delle signore anziane o dei ragazzi  venivano trasportate per chilometri fino ai villaggi per tener vivo il proprio orto. Siamo stati accolti in comunità dove le case erano composte da materiali di scarto, lamine o fango e paglia, quasi sempre abitate da famiglie numerose che dovevano fare i conti la disoccupazione, la vecchiaia dei capi famiglia o magari con problemi di salute e un sistema sanitario che non li tutelava. In tutti questi difficili casi ho comunque notato e  ammirato la voglia di affrontare i problemi in maniera positiva e solidale. Gli anziani, le giovanissime madri, i ragazzi tutti i giorni si mettevano a disposizione cercando di mettere a frutto tutti gli insegnamenti che gli venivano offerti, nonostante non avessero mai studiato o mai coltivato. Il risultato del loro impegno era evidente e si rifletteva nei loro occhi pieni d’orgoglio al momento di presentare le loro piccole colture, le verdure, i legumi  o magari le pietanza che si accingevano a cucinare. Parlare poi con loro, frequentare le lezioni con loro, ci ha permesso di instaurare un rapporto umano che mi ha fatto ulteriormente riflettere; vedere ragazzi come me che faticavano una giornata intera per quattro o cinque dollari, per soli quindici giorni al mese, mi hanno dato una visione differente riguardo l’importanza che loro e noi diamo al denaro. Il lavoro nelle settimane in cui venivano consegnati i buoni spesa, consisteva nell’accogliere le famiglie al supermercato, nell’ indicare i prodotti consentiti all’acquisto, quelli salutari, naturali, quelli artificiali e nocivi per la loro salute, le quantità consentite, e infine l’aiuto nel calcolo finale che doveva essere di cinquantadue dollari, da sfruttare fino all’ultimo centesimo. Anche in questo caso si poteva notare come le famiglie si mobilitassero e si aiutassero tra loro, con l’affitto di un mezzo, quasi sempre un camion che avrebbe accompagnato e riportato a  casa decine di persone cariche delle loro buste della spesa. I beneficiari, spesso anziani venivano accompagnati dai nipoti muniti di quadernino per appuntare i prezzi e i prodotti necessari, spesso un cellulare o una calcolatrice per aiutarli nei conti. Nei supermercati rincontravamo tutte le persone che visitavamo durante monitoraggio del lavoro sul campo, che ci abbracciavano e chi chiedevano di tornare, per vedere come procedevano le coltivazioni. Alla fine di aprile arrivò il triste momento dei saluti; volgeva al termine il nostro anno di volontariato, che coincise precisamente con il termine di questo programma d’aiuti che non poteva più sostenere con fondi e costante presenza le comunità, comunque messe in condizione di dare continuità al progetto in maniera autonoma, fino al prossimo finanziamento. Durante quest’ultima fase lavorativa è avvenuto il trasferimento nella Capitale che ha segnato la nostra completa integrazione nel mondo salvadoregno. Io ho vissuto a casa di un salvadoregno, giocavo a calcetto con i vicini , facevo la spesa al mercadito, e avevo i miei posti favoriti dove mangiare pupusas o burritos. Nonostante ogni volontario alloggiasse in abitazioni differenti, siamo sempre rimasti uniti nel lavoro, nelle uscite, nei viaggi e nel tempo libero, continuando ad essere amici prima che colleghi, sostendoci e godendo a pieno questa grande avventura. E così di progetto in progetto, da una scuola all’altra, tra le città e le campagne, le famiglie e gli amici, il nostro anno di volontariato e vita qui a El Salvador è volto al termine, volato direi io. Tornando a casa non potrò mai dimenticare tutte le emozioni che questo posto mi ha ragalato. Mi mancheranno  i sapori forti della cucina, i frutti tropicali, la fresca cerveza, la musica, i balli, e le nottate che ho condiviso con tutte le persone che qui conosciuto e  che mai mi hanno negato un sorriso, dai venditori in strada fino ai miei cari amici. Ho conosciuto persone veramente speciali, e forse è proprio questa la più grande ricchezza che offre questo Paese. In quest’anno sono stato chiamato “italiano”, “volontario”, “profe”, “amigo”, “Nico” e” “mi amor”, è mi ha incantato essere ognuna di queste cose. E’ per questo motivo che dopo aver ringraziato tutti, il mio saluto a El Salvador non è stato un ‘Adios’, bensì un ‘hasta luego’ un arrivederci a presto, prestissimo. Il consiglio che mi sento di dare a chiunque intraprenda un volontariato o un viaggio o un avventura, è di farlo senza timori, lasciandosi trasportare, guardando le cose con gli occhi e la curiosità di un bambino, captando le vibrazioni che un luogo, dei paesaggi, della lingua o che una persona o un popolo  ti danno,  cercando a tua volta di offrire e dare tutto ciò che puoi, perché alla fine si verrà sempre ripagati, e si tornerà a casa tanto più ricchi di quanto siamo stati alla partenza.

Nicola Ferruccio Peis

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Costa Smeralda: gran finale d’estate nel week end con il Porto Cervo Food Festival

Costa Smeralda Chef

Olbia, 19 set. 2014 – Gtan finale d’estate domani e domenica a Porto Cervo con la 6a edizione del Porto Cervo Food Festival, l’evento dedicato a tutti i gourmet che desiderano concedersi un ultimo weekend di sole alla scoperta degli artigiani del gusto. Nel fine settimana Porto Cervo ospita produzioni di nicchia ed eccellenze gastronomiche sarde e nazionali. Al Cervo Conference Center, nel cuore del villaggio, sarà possibile degustare salumi, formaggi, dolci, confetture, bottarga, caviale e sott’oli, protagonisti di questa edizione: dagli ortaggi al pescato, le delizie preparate con questo tradizionale metodo di conservazione e il loro uso in cucina, saranno il filo conduttore dei tanti appuntamenti in programma.

In agenda due cene gourmet firmate da 4 talentuosi chef: sabato sera, il ristorante ‘Il Pescatore’ propone il menu studiato per l’occasione da Franco Tonelli e Stefano Spanu, entrambi resident chef Starwood; domenica all’Hotel Pitrizza, Maurizio Locatelli ospita Luigi Pomata, patron dell’omonimo ristorante a Cagliari, per un’esperienza gastronomica da gustare a bordo della spettacolare piscina. Le cene sono su prenotazione al costo speciale di 70 euro a persona, vini inclusi. Ai foodies aspiranti cuochi sono dedicati i corsi organizzati dalla Scuola de La Cucina Italiana. Gli chef della prestigiosa rivista gastronomica terranno un mini ciclo di lezioni, due ogni mattina, per insegnare trucchi e curiosità su come trasformare le specialità in degustazione in piatti da gourmet. E’ possibile iscriversi chiamando i numeri 0789 931 430 o 408.

Tornano anche i seguitissimi show cooking organizzati in collaborazione con Electrolux: Franco Guardone (Hotel Cala di Volpe), Giovanni Raccagni (Hotel Romazzino), Giovanni Oggiana (Hotel Cervo) e Manuel Arcadu (Pastry Chef Hotel Pitrizza) trasferiscono le loro cucine a 5 stelle nel giardino del Cervo Conference Center per presentare dal vivo tecniche e segreti dei loro piatti più celebri. Domenica mattina alle ore 11, l’Hotel Cervo ospita la presentazione “Autunno in Barbagia. Dalla Costa Smeralda al cuore della Sardegna per scoprire la cultura gastronomica e le tradizioni dell’isola”.

Porto Cervo consegna idealmente il testimone dell’accoglienza ai 28 comuni dell’entroterra coinvolti nel progetto, che sarà illustrato da Agostino Cicalò, Presidente della Camera di Commercio di Nuoro. Chiude il Porto Cervo Food Festival, domenica alle 18, Domenico Ruiu che presenta il libro “Il Fotografo dei Rapaci”, un’opera frutto di quasi 30 anni di attività, che testimonia la passione di una vita intera al servizio dei rapaci di un fotografo d’eccezione.

Sardegna: Regione, costituiti i gruppi di lavoro dell’Osservatorio del volontariato = UN team per Servizio civile sardo

volontari

 

Cagliari, 16 set. 2014 – Sono stati costituiti quattro gruppi di lavoro all’interno dell’Osservatorio regionale del volontariato, l’organismo di consultazione politica insediatosi lo scorso 11 luglio che accompagna e supporta il rapporto tra il mondo del volontariato e la Giunta regionale della Sardegna. L’azione dell’Osservatorio procede, come negli intenti della Presidenza della Regione, con riunioni a cadenza bimestrale per dare celerità al raggiungimento degli obiettivi.

Il gruppo “Sociale” accorpa alcune mozioni approvate dall’assemblea generale a ottobre 2013. Affronta i temi del contrasto alla povertà, della disoccupazione, delle iniziative per alimentare e promuovere un modello Sardegna di co-progettazione per la non autosufficienza, della convocazione della Conferenza della disabilità e l’istituzione della relativa Consulta regionale, dell’emergenza degli immigrati e dei profughi extracomunitari e, infine, del fabbisogno di sangue nell’Isola. Nell’ambito di questi lavori si procederà anche alla promozione di un seminario sulla riforma del volontariato. Si chiama “Protezione civile” il gruppo dedicato alla proposta di una rappresentanza regionale delle associazioni di protezione civile, quale organismo di consultazione e dialogo e confronto tra volontariato e Regione. È stato inoltre costituito un team specifico per la legge sul “Servizio civile sardo”, di fatto rimasta inattuata dal 2007. Il gruppo “Modifiche normative” si dedicherà alla revisione di alcuni articoli della legge regionale 39/1993 (la normativa che disciplina l’attività di volontariato), oltre che della legge regionale sulle disposizione in materia di Comitato di gestione del fondo speciale per il volontariato e includerà il tema della tutela dell’autonomia del volontariato.

L’Osservatorio ha definito le forme di collaborazione con l’Assessorato degli Enti locali per individuare spazi pubblici da destinare alla “Casa del Volontariato” e verrà fissato un incontro con il Co.Ge. Sardegna (il Comitato di Gestione Fondi Speciali del volontariato) per le azioni mirate alla progettazione sociale.

Violenza di genere: Sardegna, donna Ceteris avvia studio su orfani madri uccise

Cagliari, 24 giu. 2014 –  Il Centro Donna Ceteris di Cagliari apre un focus di ricerca regionale su uno dei fenomeni psico-sociali più attuali in tema di violenza di genere: gli orfani delle madri uccise. Si tratta di una conseguenza drammatica degli atti di femminicidio, sulla quale, già a livello nazionale, è stato condotto recentemente un’importante studio-ricerca  da parte del Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli studi di Napoli, all’interno del progetto europeo Switch-Off. Lo studio, coordinato a livello nazionale da Anna Costanza Baldry, ha evidenziato grazie al lavoro di una specifica task force attiva su gran parte del territorio della Penisola, un numero crescente di orfani di “femminicidio”: esattamente 1500 nel corso degli ultimi 13 anni. Orfani due volte, di una madre barbaramente uccisa e di un padre che finisce in carcere. Uno scenario che ora, anche in Sardegna, troverà presto una certezza numerica grazie all’attività portata avanti da Antonella Pirastru, responsabile dello Sportello Anti Stalking del Centro Donna Ceteris, e referente per l’isola della ricerca condotta dalla Baldry. Accanto alla Pirastru, la collaborazione dell’assistente sociale Alessandra Sarais.

Il Progetto consentirà la realizzazione di un’indagine conoscitiva sul territorio della Sardegna per capire, ed intercettare, quale sia l’entità e la condizione degli orfani di madri uccise a seguito di episodi di violenza. Lo studio condotto a livello nazionale descrive uno scenario composto da bambini e bambine che si ritrovano d’un colpo privi di un sostegno educativo, affettivo e psicologico da parte dell’ambiente familiare più stretto (madre e padre): un sostegno necessario e determinante per il superamento di una tragedia così devastante come quella di un omicidio materno ad opera di un padre (colpevole nell’80% dei casi). I dati svelano una geografia del dolore che localizza soprattutto al Nord il maggior numero di orfani, considerato soprattutto che il 50 per cento delle donne uccise nei tredici anni presi in esame dall’indagine vivevano tra la Lombardia, il Veneto e il Piemonte. Ma non è del tutto semplice e scontato disegnare una mappa esatta del fenomeno, anche perché, sempre al Nord, le stesse vittime di violenza erano normalmente giovani ragazze, dunque forse non tutte avevano figli.

“Punto di partenza della ricerca – afferma Antonella Pirastru – sono i nomi delle vittime, ma non è detto che i cognomi dei figli siano gli stessi. Ecco perché vale anche in questo caso l’appello alla rete: avvocati, anagrafe comunale, parenti, parrocchie, istituzioni pubbliche, tribunali, chiunque sia direttamente o indirettamente coinvolto con la vita di questi orfani va inserito in un’azione di corresponsabilità collettiva”. “Allo stato attuale, – ha spiegato la responsabile di Switch Off per la Sardegna – non esistono strumenti che offrano a questi orfani una nuova opportunità di vita. In molti casi vengono affidati a parenti stretti, spesso anziani, ma questa non sempre è la soluzione migliore. Occorre, dunque, investire su un necessario affiancamento psicologico che supporti questi ragazzi a crescere, a ricostruire dentro se stessi un tessuto di accettazione del dolore capace di restituirli alla vita e alle loro emozioni. E’ un problema che chi opera nel campo della violenza di genere deve iniziare a porsi con scrupolo e professionalizzazione. Diversamente, si rischia di lasciare soli e fragili i figli di una violenza che ammazza due volte”.

Saras: Fiom Cgil Sardegna, preoccupazione per futuro lavoratori sardi di Akhela

fiom cgil

Cagliari, 14 giu. 2014 – Protesta dei lavoratori di Akhela, azienda nata nel gruppo “Moratti” e poi ceduta a Solgenia per il futuro della società dopo la cessione del ramo d’azienda Finance comunicato in un incontro in Confindustria a Roma. Secondo la Fiom Sardegna, presente al tavolo, l’operazione, che per adesso non coinvolge lavoratori sardi, “potrebbe avere riflessi negativi sulla tenuta complessiva dell’azienda”. Da qui la richiesta di chiarimenti e rassicurazioni da parte del sindacato, che ha dovuto però registrare la genericità delle risposte dell’ad di Akhela e il rinvio della discussione sulla situazione aziendale a incontri successivi. Il prossimo è fissato il 23 giugno. Per questo lunedì dalle 7,30 alle 9,30, la Fiom Cgil ha organizzato un presidio di fronte ai cancelli Saras dei 180 lavoratori di Akhela.

Secondo la Fiom Cgil, vista l’importanza che Akhela riveste sul territorio sardo e “le particolarità della sua nascita (utilizzo di contributi pubblici erogati a Saras), è  indispensabile che la Regione apra un confronto per fare chiarezza sulle prospettive dell’azienda, le garanzie sulla tenuta occupazionale e sugli impegni di integrità e crescita che hanno motivato nel 2012 la cessione dal gruppo Saras a Solgenia. Fino al 2012 – spiega la Fiom – Akhela era l’azienda Ict del gruppo Saras, con sedi a Macchiareddu, Roma, Milano, Torino e Maranello e con la prospettiva di espandersi all’estero. Nata anche grazie a sostanziosi contributi pubblici, era arrivata a contare circa 400 dipendenti di cui oltre 200 in Sardegna, con un fatturato di oltre 28 milioni di euro, la 76° azienda di Ict in Italia”.

Il sindacato aveva già manifestato perplessità due anni fa, “quando Saras cede la proprietà a Solgenia Spa giustificando l’operazione con la necessità di concentrarsi sul proprio core business (oil & gas) ed  individuando in Solgenia il partner che avrebbe permesso ad Akhela di crescere  ulteriormente. Eppure – denuncia la Fiom – già allora all’interno del gruppo Solgenia erano presenti aziende in sofferenza o già fallite, e le informazioni facilmente reperibili anche sul web davano un quadro preoccupante per i dipendenti”.

Violenza su donne: Oristano, polizia incontra associazioni al convegno ‘Lottiamo contro la violenza’

polizia volantiOristano, 19 mag. 2014 – Mercoledì 21 Maggio la Questura di Oristano, unitamente all’Istituto Superiore L. Mossa, F. Brunelleschi e al Centro Antiviolenza “Donna Eleonora” di Oristano, ha organizzato presso l’aula magna dell’Istituto Mossa, con inizio alle ore 10.00 il convegno denominato “LOTTIAMO CONTRO LA VIOLENZA”. L’iniziativa si svolge a conclusione di un progetto contro la violenza nei confronti delle donne destinato alle terze classi dei due istituti ed è stato reso possibile grazie all’iniziativa e alla sensibilità della dirigente scolastica Marillina MELONI e della Prof.ssa Augusta TESTA.  Attraverso un percorso articolato, svoltosi nel corso dell’intero anno scolastico, gli studenti hanno incontrato sia il personale dell’Ufficio Minori che le operatrici del Centro Antiviolenza, ricevendo informazioni utili ad ottenere tutela nei casi di stalking e violenza e approfondendo, attraverso un collaborativo confronto, questo fenomeno di grande allarme sociale.

Al convegno prenderanno parte il Questore Dott. Francesco DI RUBERTO, il Dirigente della Squadra Mobile Dott. Giuseppe SCRIVO e il personale dell’Ufficio Minori che ha realizzato il progetto e presenterà le finalità dello stesso e gli obiettivi raggiunti. Saranno presenti le operatrici del Centro antiviolenza “Donna Eleonora”, che nel corso degli incontri con gli studenti hanno analizzato il fenomeno della violenza sulle donne. Parteciperanno inoltre: L’Avvocato Anna Maria GIANNOLA, la D.ssa Paola MEDDE e la D.ssa Claudia FOIS, che presenteranno obiettivi ed iniziative della Rete Interistituzionale Antiviolenza sorta recentemente ad Oristano. Nel corso del convegno sarà lasciato ampio spazio all’arte e alla letteratura, attraverso il reading del romanzo di recente pubblicazione “Grace, diario di un angelo”, nel quale il giovane autore Alessandro CADELANO affronta il delicato tema della violenza nei confronti delle donne. La lettura dei brani accompagnata dalle toccanti immagini della fotografa Daniela SERPI, avverrà a cura della scrittrice Jenny CARBONI che nel suo romanzo “Vorrei fosse sempre primavera” ha raccontato la sua storia di violenza e di rinascita.

Medio Campidano: Don Pittau lancia l’allarme ’Il territorio deve reagire’

don pittau

di Fulvio Tocco*

Villacidro, 10 mag. 2014 –   “Dobbiamo dire e fare: per i giovani, per la Sardegna, per il nostro territorio”. Don Angelo Pittau (nella foto) suona la campagna della ripartenza:  “Oggi sento il bisogno ancora di incontrami con voi a discutere, ad ascoltare, a confrontarmi, sento che non possiamo più tacere, restare inermi, sopportare”.

Tutto questo “per la Sardegna”. “Per il Medio Campidano dove la povertà avanza inesorabilmente”. Con queste parole Don Angelo ha aperto la riunione da lui organizzata all’ex seminario di Villacidro. Possibile che di fronte alla crisi sociale ed economica a suonare la sveglia della ripartenza sia un sacerdote? Ma la politica dove sta? Cosa propone per uscire dalla crisi? Cosa propone per riavviare le attività produttive da subito? La questione è politica. Ripartire si può, ma occorre tirare fuori quello spirito di appartenenza che caratterizzava le popolazioni rurali costituite da contadini, pastori e operai delle miniere che attraverso il lavoro e le lotte hanno messo su famiglia e consentito ai figli di andare a scuola. Ora questi figli, forse, non riusciranno a fare ciò che i padri hanno fatto per loro. Occorre tirar furi lo spirito di appartenenza di allora, ormai assopito, per ascoltare quelle “voci” esterne, che hanno contribuito anche con la nostra mancata reazione a cancellare parte della nostra identità. La condizione socio economica, aggravata pure dalle norme nazionali del patto di stabilità che ha impedito alle amministrazioni locali di spendere ciò che avevano in cassa danneggiando i servizi, le imprese e i cittadini, impone una reazione forte per progettare una nuova ripartenza dell’economia locale. Di quell’economia reale a cui non possiamo più rinunciare. Non è più tempo di divisioni ha detto Don Angelo. “Occorre un progetto che al centro metta l’Uomo, il territorio, il lavoro ecco perché ho preso l’iniziativa per tenere questo primo incontro. ….di riunioni ne seguiranno altre di approfondimento”. Considerata l’assenza dell’iniziativa politica, però curiosamente anche quella delle forze sociali, ben vengano le riunioni organizzate da un sacerdote e noi cittadini con lui dobbiamo dire che ripartire si può e si deve poiché senza una prospettiva la condizione dell’uomo medio campidanese è destinata d abbruttirsi e la convivenza tra fortunati e sfigati sarà sempre più faticosa. La globalizzazione rende tutto visibile a tutti in tempo reale. Le differenze oggi sono più percepibili. Di fronte alla gravità della situazione è urgente che le istituzioni competenti intervengano, adottando da una parte delle misure straordinarie per evitare il peggio e dall’altra mettendo a punto una strategia di lungo respiro che ponga le condizioni per la competitività del Medio Campidano che con alcuni accorgimenti può diventare il cuore pulsante della Sardegna produttiva. Ecco perché la questione è politica! La campana di Don Angelo non può passare inascoltata. Spetta noi cittadini proporre soluzioni e lottare per pretendere che si apra un dibattito finalizzato ad individuare La Politica della ripartenza che dia speranza alle nuove generazioni, ai disoccupati e a chi ha perso il lavoro. La politica e la burocrazia (intesa come servizio) hanno il dovere di modificare radicalmente il loro modo di operare; le lungaggini nelle decisioni e nelle attuazioni dei provvedimenti hanno messo l’economia reale fuori mercato. Occorre rilanciarla senza perdite di tempo e per il bene di tutti. Ecco perché ho condiviso la proposta di Don Angelo. Per favorire la ripartenza darò sicuramente il mio contributo con delle proposte e dei dettagli.

*Già Presidente della Provincia del Medio Campidano