Archeologia: Cagliari, Gdf e sub Diving Center Chia Laguna recuperano ancora romana a Teulada

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Cagliari, 13 lug. 2016 – Importante recupero di un’ancora romana nelle acque di Chia,nella costa meridionale della Sardegna. I sub del Diving Center Chia Laguna hanno trovato su un fondale di circa 17 metri un ceppo in piombo del peso approssimativo di 50 kg nascosto tra la sabbia e la posidonia. Grazie all’esperienza maturata in tanti anni di collaborazione con la Soprintendenza dei beni archeologici di Cagliari e Oristano, il titolare del diving, Davide Morelli, ha segnalato alle autorità la presenza del prezioso reperto sulle coste di Teulada. Insieme ai finanzieri del Reparto Aeronavale di Cagliari, coordinati dal colonnello Emilio Vitrone, i sub del Diving center di Chia Laguna hanno recuperato il reperto, che testimonia il traffico marittimo del periodo romano nel sud dell’Isola.

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Il diving si è occupato delle operazioni di recupero dell’ancora tramite un pallone di sollevamento ed ha consegnato l’ancora alla Guardia di Finanza che ha garantito con la sua presenza anche la sicurezza degli operatori subacquei. Il reperto verrà poi affidato alle cure della Soprintendenza dei Beni Archeologici di Cagliari e Oristano. Sono numerosi i reperti scoperti in mare dai sub del diving center che, insieme alla Soprintendenza e alle forze dell’ordine, hanno riportato alla luce i preziosi reperti affinché potessero essere poi ammirati nei musei sardi.

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Archeologia: Pili (Unidos), ruspe nella base di Capo Frasca, denuncia in Procura

Cagliari, 25 giu. 2016 – “Ruspe di stato scavano da settimane indisturbate dentro il poligono di Capo Frasca. Sbancamenti imponenti in un’area protetta sotto ogni punto di vista. Trincee di decine di metri scavate a monte. Piramidi nere piene di tutto, da carcasse di missili a rifiuti di ogni genere. Macchia mediterranea cancellata per sempre”.

Lo ha appena denunciato il deputato di Unidos Mauro Pili pubblicando nelle sue pagine Facebook un dettagliato dossier fotografico e video a proposito dei lavori di bonifica nel Poligono di tiro dell’Aeronautica militare a Capo Frasca,in provincia di Cagliari.

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Pili denuncia “ruspe in azione su un’area archeologica dove emergono frammenti e reperti antichi. Un telo bianco che la delimita come a nascondere con velo pietoso quel che è stato trovato e divelto a colpi di mezzo meccanico. E’ lo scenario devastante che appare agli occhi e allo zoom di chi entra dentro il poligono vietato agli occhi indiscreti di chi vuole capire quel che avviene nel segreto militare imposto su quei lavori”.

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“Più che un appalto di bonifica – spiega il deputato – appare un lavoro con un solo obiettivo: radere tutto al suolo, portando via anche la terra, con una ferita al paesaggio. Un lavoro da fare ad ogni costo per spendere quel milione e passa di euro affidato ancora una volta ad una società produttrice d’armi e tecnologia avanzata che questa volta compete e vince per il movimento terra. Tutto in silenzio. Senza nessuna autorizzazione. I progetti e i piani di intervento non richiamano nemmeno un ufficio regionale. Nessuna trasmissione di documenti alla forestale o alla Soprintendenza appare nell’unico cartello affisso in un box in piena collina”.

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“E del resto nessuno avrebbe potuto autorizzare quella devastazione naturalistico ambientale dentro un Sic, un sito di interesse comunitario –prosegue il deputato sardo – delimitato da un decreto nazionale e approvato dalla Commissione Europea. Bonifica doveva essere, in realtà niente di tutto ciò. Considerato che in quell’area bisogna operare con i guanti di velluto proprio per la sensibilità ambientale imposta dal piano di gestione del Sito“Stagno di Corru S’ittiri” che comprende l’intero poligono militare”.Diapositiva4

“Nelle prossime ore – ha annunciato Pili – mi recherò in Procura per presentare un esposto perché la magistratura valuti l’entità del disastro ambientale e archeologico. Gli archeologi sostengono che quell’area sia una vera e propria miniera archeologica vietata da sempre, ma con importanti ritrovamenti. E’ semplicemente inaccettabile che Capo Frasca sia l’unica zona franca della Sardegna dove il ministero della Difesa opera con una spregiudicatezza da padrone della colonia”.

Vino: Coldiretti Sardegna, all’Expo i vinaccioli più antichi del mondo = Risalgono al 1200 a.C.

 

Premi Coldiretti a Antonello Pilloni, la cantina Silattari e Mariangela Perra

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Milano, 9 sett. 2015 – I vinaccioli (foto sopra) e gli acini delle uve coltivare in Sardegna risalenti al 1200 a.C., 3200 anni fa, sono presenti oggi nel Padiglione Coldiretti. Sono quelli ritrovati a Oristano dalla Soprintendenza archeologica di Cagliari e a Villanovatulo (Ca) nel 2001 dall’archeologo Franco Campus che hanno corroborato la tesi avanzata da un team di storici dell’enologia sarda dell’agenzia Agris Sardegna, coordinata da Gianni Lovicu che ha rivoluzionato la storia del vino del Mediterraneo. Grazie a questi studi e ritrovamenti, infatti, oggi si può affermare che quello sardo è uno dei vitigni più antichi del mondo: l’isola è la prima esportatrice di vino nel Mediterraneo ed è una delle poche Regioni in cui si produce vino interrottamente da oltre 3500 anni.

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“Gli acini (foto sopra) – ha spiegato Franco Campus questa mattina nel corso di un convegno promosso da Coldiretti Sardegna in Expo – sono carbonizzati, è molto fragili. Non hanno più niente della vecchia struttura. Sono disidratati ed appartengono ad un vino coltivato”. “Le vigne in Sardegna ci sono sempre state – ha detto poi nella sua relazione Gianni Lovicu –. Abbiamo anche la certezza che a Cartagine bevessero vino sardo dall’800 A.C. e non viceversa e che si esportasse in tutto il Mediterraneo. E’ stata anche ritrovata una nave affondata al largo di Malta che contenevano anfore piene di vino sardo. In Sardegna – ha continuato abbiamo una caterva di vini autoctoni dai quali si possono produrre vini con una elevata presenza di antiossidanti”.

“Anche nella giornata del vino prosegue la nostra operazione di verità – dice il direttore di Coldiretti Sardegna Luca Saba -. In questa vetrina mondiale i nostri concorrenti sono le grandi multinazionali. A loro stiamo contrapponendo le nostre produzioni, sane, autentiche e figlie di una lunga storia e tradizione”.

Nel giorno dedicato al vino sardo Coldiretti Sardegna oltre a portare in Expo gli acini e i vinaccioli di oltre 3200anni fa, ha premiato tre soci che si sono particolarmente distinti nel mondo della viticoltura. Sono Antonello Pilloni, storico presidente della cantina Santadi; la cantina Silattari di Bosa per la valorizzazione della malvasia e Mariangela Perra della cantina Villa di Quarto di Quartu Sant’Elena come imprenditrice donna.

Alla premiazione, oltre al presidente e al direttore di Coldiretti Sardegna Battista Cualbu e Luca Saba, ha partecipato anche l’assessore regionale al Turismo Francesco Morandi che ha ringraziato e fatto i complimenti a Coldiretti Sardegna “per il grande progetto che state presentando qui ad Expo con il quale state promuovendo non solo l’agricoltura ma tutta la Sardegna – ha detto –. Nei giorni prossimi, visto la concomitanza degli eventi qui in Expo con la Regione Sardegna, collaboreremo con voi” ha poi aggiunto prima di consegnare il premio Coldiretti Sardegna Donna & Vino a Mariangela Perra “per essersi distinta nel settore della viticoltura sarda per oltre cinque anni” è stata la motivazione letta dal presidente dell’organizzazione agricola Battista Cualbu.

Nicola Garippa ha ritirato la targa a nome dell’azienda Silattari che conduce insieme al socio Giovanni Porcu dalle mani di Battista Cualbu. Premio assegnato in questo caso “per l’impegno profuso dalla giovane azienda vitivincola nella promozione e valorizzazione dello spumante malvasia doc”.

Il premio alla carriera è andato ad un emozionato Antonello Pilloni, da oltre quarant’anni presidente della Cantina Santadi, assegnato si legge nella targa “per i 40 anni d’impegno profuso nel settore vitivinicolo per la produzione e la promozione del Carignano nel mondo”.

Web e furti di immagini di Monte Prama, guardate qui

Cagliari, 27 luglio 2015 – Il 22 settembre scorso ho pubblicato un articolo dal titolo Archeologia: Pili (Unidos), dopo profanazione tomba Monte Prama Franceschini si dimetta,con una foto scattata a Monte Prama dove peraltro c’è un minore. Ma siccome è mio figlio sono autorizzato a farlo dalla patria potestà che esercito e che finora non mi è stata ancora tolta! Ieri sera leggendo la rassegna di quanto successo in giornata m’imbatto in un articolo restandone fortemente scosso. Non per il contenuto, che è pubblico, essendo un comunicato-denuncia di Mauro Pili, ma per la foto che hanno pubblicato gli esimi colleghi, questa qui, scattata il 29 agosto 2014 alle 15:01:09 (per essere precisi!):

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Guardate qui sotto: pubblicata, senza chiedermi nulla e presa cercando su google “giganti di Monte Prama”.

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Citare la fonte? Noooo! Non se ne parla neppure! Oggi chiedo lumi all’avvocato. Inutile che tentino di rimuovere la foto, l’ho già salvata (screenshot e stampa in pdf della pagina)! Basta ai furti di immagini sul web. Sarebbe bastata una telefonata,o una email per chiedermela! Li avrei autorizzati senza problemi. Ma questo no, soprattutto perchè c’è un minore (Carta di Treviso! Qualcuno non la conosce? Bene, la studierà!). I corsi di aggiornamento per #giornalisti sulla deontologia professionale? No? Niente…

Emanuele Concas

 

Dopo una telefonata di scuse la foto è stata rimossa e sostituita!

ARCHEOLOGIA: PILI,ECCO GLI ITALIANI CHE SVENDONO LA CIVILTA’ NURAGICA A LONDRA

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IL DEPUTATO DI UNIDOS: “NELL’ELENCO DEI RESPONSABILI DELL’ASTA IL FIGLIO DEL POTENTE EX SOPRINTENDENTE DI ROMA E IL FIGLIO DELL’EX TESORIERE DEL PCI”

di Mauro Pili

“Civiltà nuragica svenduta a Londra da una società tutta italiana. I bronzetti nuragici messi all’asta a Londra da una società fatta tutta da italiani, tra cui il figlio di un potente ex soprintendente del ministero dei Beni Culturali e il figlio di uno dei potenti tesorieri del Pci all’epoca di Berlinguer e D’Alema, citato nelle stesse carte dell’affare Telecom Serbia. E poi il nome della collezione, Ex Farid Ziade – Jdeidet Ghazir, Libano – riconducibile a quel signore a cui la procura libanese aveva messo sottosopra la propria abitazione sequestrandogli ben 300 reperti di varia provenienza e natura. La vendita dei bronzetti nuragici a Londra riserva molte complicità e tanti silenzi. Il Ministero dei Beni Culturali per primo: un silenzio assordante di un’istituzione che sarebbe dovuta intervenire con immediatezza per bloccare quell’asta che domani alle 15.30 si celebrerà a Londra. Un’asta che proporrà bronzetti nuragici di inestimabile valore, svenduti al miglior offerente proprio per la provenienza poco chiara. Si tratta di un’asta per la quale esistono tutti i presupposti per un intervento immediato del ministero dei Beni Culturali perchè appare davvero singolare che questo patrimonio venga venduto a Londra da personaggi italiani, legati ad un ambiente particolare del ministero e delle forze politiche”.

Mauro Pili ha presentato una nuova interrogazione al Ministro dei beni culturali perché intervenga immediatamente per bloccare questa scandalosa vicenda e che avrà domani pomeriggio l’apice nella casa d’aste di Londra.

“E’ tutto davvero gravissimo e qualsiasi Stato degno di questo definizione avrebbe fatto di tutto per bloccare l’operazione. Se non ci sarà l’intervento dei ministeri Esteri e Beni Culturali sarebbe confermata la complicità e la copertura del ministero su questo scandalo delle aste, con reperti appartenenti alla grande civiltà nuragica della Sardegna. E’ vergognoso il silenzio della regione Sarda – ha detto Pili. Una giunta regionale incapace di qualsiasi gesto autorevole in grado di fermare questa vergognosa svendita della civiltà nuragica. Siamo dinanzi ad uno scandalo tutto italiano, contro la civiltà nuragica della Sardegna. Ti aspetti che siano inglesi e invece ti ritrovi con tutti personaggi italiani. C’è da domandarsi chi siano, cosa facciano e soprattutto se hanno legami con le istituzioni statali. E soprattutto c’è da chiedersi per quale motivo l’asta non l’hanno fatta in Italia. C’è da domandarsi dove abbiano reperito quei beni archeologici della Sardegna. E chi ne fosse il detentore. Su quest’ultimo signore, uomo d’affari libanese, c’è un precedente inquietante. Nel 1999 in Libano ci fu una retata della polizia per rintracciare centinaia di antichità mancanti. Il magistrato libanese Khaled Hammoud, che guidò le operazioni, dopo aver ispezionato numerose ville in Ghazir, Kesrouan, circa 300 reperti erano stati prelevati dalla casa di un uomo d’affari, Farid Ziade. I pezzi sequestrati – secondo quanto riportahttp://www.dailystar.com.lb/News/Lebanon-News/1999/Mar-16/13176-police-swoop-on-stolen-treasures.ashx – risalgono tutti al periodo romano e sono descritti nel rapporto della procura libanese come rari e costosi. La villa Ghazir fu sigillata con cera e tutti i pezzi confiscati e inviati alla Direzione Generale delle Antichità (DGA)”.

“Per quale motivo il Ministero, le ambasciate stanno continuando a stare in silenzio su questa vicenda? Ci sono complicità con questo sistema delle aste? Tra i nomi degli autori, consulenti ed esperti a sostegno dell’asta sono citati nomi facilmente riconducibili ad ambienti esclusivi del mondo istituzionale e politico. Non sfugge il nome di Tommaso Strinati, figlio di Claudio Strinati, già potente Soprintendente ai beni storici e artistici di Roma o Filippo Marini Recchia, figlio di Vincenzo Marini Recchia già noto alle cronache politiche per essere stato il tesoriere del Pci ai tempi d’oro di Berlinguer e D’Alema. Il Ministero sta coprendo questo sistema? Sta avvallando questa vergognosa complicità italiana nella svendita della civiltà nuragica? Tutti questi ulteriori elementi – conclude Pili -saranno trasmessi alle Procure di Cagliari e Roma perché accerti cosa realmente sta accadendo su questa vicenda di traffico di reperti e svendite all’asta a Londra promossa e realizzata da italiani”.

Archeologia: Oristano, Mibact e UniCa scoprono a Cabras 47 semi di melone di oltre 3mila anni fa

= Dopo ritrovamento di quelli di vite

Cagliari, 18 feb. 2015 – Dopo i semi di vite più antichi del Mediterraneo i pozzi archeologici della Sardegna restituiscono anche quelli di meloni. Non finiscono di sorprendere i pozzi, antichi più di tremila anni, scoperti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano a Cabras, sulla costa centro-occidentale della Sardegna. Il gruppo di archeobotanica del Centro Conservazione Biodiversità (Ccb) dell’Università di Cagliari, diretto da Gianluigi Bacchetta, ha reso noti i risultati degli ultimi studi incentrati sui semi di vite rinvenuti nel loro interno, fornendo importanti indizi sull’origine della viticultura in Sardegna ed in Europa. Ora, grazie anche alla collaborazione con i migliori specialisti nazionali ed internazionali del settore, come il gruppo di ricerca in archeobiologia dell’Instituto de Historia (Cchs-Csic) di Madrid, l’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree (Ivalsa-Cnr) di Sesto Fiorentino, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ed il laboratorio di Palinologia e Paleobotanica dell’Università di Roma La Sapienza, il contenuto del pozzo più ricco di reperti, il pozzo N, è stato accuratamente studiato sotto tutti i diversi aspetti botanici.

Il ritrovamento di 47 semi di melone è il risultato di maggior rilievo, poiché fino ad oggi le prime evidenze relative alla coltivazione di questa specie erano relazionate solo al vicino e al Medio Oriente. I semi di melone ritrovati all’interno del pozzo N di Sa Osa, riferibili all’età del Bronzo, sono stati datati al C14 tra il 1310–1120 a.C. e costituiscono attualmente la prima testimonianza certa della coltivazione del melone nel bacino del Mediterraneo. Prima d’oggi la diffusione del melone nel Mediterraneo era stata attribuita a Greci e Romani in periodi molto più recenti. Si stanno ora svolgendo analisi genetiche e morfologiche per approfondirne la loro origine e natura con la collaborazione del gruppo di ricerca sulle cucurbitacee del’Instituto de Conservación y Mejora de la Agrodiversidada Valenciana (Comav) dell’Università Politecnica di Valencia.

Il contenuto di questi pozzi offre la possibilità di delineare un panorama ampio e variegato della gestione del territorio da parte delle popolazioni nuragiche che abitavano questi luoghi. Sono stati identificati centinaia di migliaia di semi, frutti, granuli pollinici e frammenti di legno e carbone di piante coltivate e selvatiche, come olivo, mirto, mora, frumento, orzo, prugnolo selvatico, cicerchia, ginepro, lentisco e molte altre ancora. Il quadro generale che è emerso evidenzia che il popolo nuragico aveva un’economia di sussistenza altamente sviluppata e una profonda conoscenza della flora e vegetazione della Sardegna, su cui eseguivano un’attenta selezione delle materie prime.

Archeologia: Mastino (UniSs) ricorda Lilliu, ‘tenere ben presente il sito di Monte Prama’

di Attilio Mastino*

Sassari, 16 ott. 2014 – Il nostro grande Maestro dell’archeologia sarda, il Prof. Giovanni Lilliu, nelle pagine conclusive del suo lavoro del 1977 “Dal betilo aniconico alla statuaria nuragica”, additando la straordinaria importanza del sito di Monte Prama, rivolgeva al Soprintendente Professor Barreca  “l’invito di voler tener ben presente il luogo di M. Prama per un esteso e definitivo scavo scientifico per il quale l’Istituto di Antichità archeologia e arte della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari è disposto fin d’ora, a dare la propria direzione in collaborazione con la Soprintendenza”.

In seguito alla scoperta a Monte Prama, durante le arature del novembre 1977, di due nuovi torsi di statue il Soprintendente Archeologo Ferruccio Barreca, in accordo con il Prof. Giovanni Lilliu, decise di avviare immediatamente un cantiere archeologico a Monte Prama, diretto in loco da Carlo Tronchetti per la Soprintendenza e da Maria Luisa Ferrarese Ceruti per l’Università di Cagliari, durante le prime tre settimane del dicembre 1977.

Questa intesa tra Soprintendenza e Università del lontano 1977 si è riprodotta per il medesimo luogo di Monte Prama, a partire dal 5 maggio 2014, in base ad un Accordo quadro del 2 maggio scorso sottoscritto dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Sardegna, dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, dall’Università degli Studi di Sassari, dall’Università degli Studi di Cagliari, dal Comune di Cabras, dalla Casa Circondariale di Oristano-Massama e dal Consorzio UNO di Oristano per la promozione degli studi universitari, che gestisce fra l’altro la Scuola di specializzazione in beni archeologici di Sassari nella sede di Oristano.

Gli atenei sardi sono fieri di poter lavorare insieme alla Soprintendenza per i beni archeologici e ai suoi valorosi nostri colleghi dottori Alessandro Usai e Emina Usai. I lavori sono finanziati dalla regione Sardegna e dai due Atenei nel quadro del Progetto “Archeologia di Monte Prama” (L. R. n. 7/2007, bandi annualità 2012. Assegnazione cofinanziamento RAS. CUP J71J12000490007, Codice progetto LR720012ZUCCA). A Monte Prama ogni giorno hanno operato anche i nostri amici della Casa circondariale di Oristano.- Massama, una giovane di Cabras, i nostri brillanti colleghi della Soprintendenza, i docenti di Cagliari e di Sassari, i dottorandi, gli specializzandi degli atenei sardi e le infaticabili archeologhe Luciana Tocco e Adriana Scarpa e tutto il personale del Consorzio Uno di Oristano.

Vogliamo che questo continui ad essere un luogo di amicizia, di fraternità e di scienza, dove ogni divergenza possa essere superata e dove vengano valutate le ragioni di tutti. L’Università degli Studi di Sassari e di Cagliari hanno le competenze e i mezzi affinché il cantiere “Archeologia di Monte Prama” possa proseguire fino al 31 marzo 2015. Il proseguimento dei lavori è possibile anche in considerazione della nascita, con il 1° gennaio 2015, della Direzione Generale della Ricerca del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) che definirà la sinergia nella ricerca e nella formazione del MIBACT e del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), mediante un Accordo quadro sottoscritto dai due Ministri.

Monte Prama sta diventando una straordinaria palestra per il confronto fra studenti e studiosi e dove tutti sono accolti con affabilità perché la conoscenza che si costruisce ogni giorno a Monte Prama sia, sempre di più, patrimonio comune.

*Rettore Università di Sassari