LegaCoop Sardegna: no allo scippo dei pastori del Lazio al pecorino Dop, il Romano è nostro

ATTACCO A COLDIRETTI E ALLA REGIONE

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Cagliari,24 nov.2016 – Il presidente Legacoop Sardegna Claudio Atzori lancia la difesa del Pecorino Romano dall’attacco di Coldiretti Lazio e del suo direttore, Aldo Mattia, che per un decenni ha diretto Coldiretti Sardegna e retto una Federazione provinciale sarda, e  scrive al Presidente della Regione sarda, del Consiglio regionale, ai parlamentari sardi e Consiglieri regionali per difendere il pecorino romano e del suo ente di tutela, il Consorzio per il pecorino romano “coni sede a Macomer casa comune per la tutela del “Pecorino romano”, di tutta la produzione e trasformazione nazionale allo stesso associata, di cui la stragrande maggioranza sarda”.

LegaCoop allega alcuni articoli di testate regionali laziali (sotto riportati) in merito: chiaro il tentativo di scippare alla Sardegna il ‘brand’, il marchio che funziona, quello per cui noi sardi abbiamo combattuto battaglie storiche, conquistando il mercato mondiale con la bontà, la genuinità del nostro latte e con la passione e la tenacia dei nostri pastori. Certo, sarebbe stato molto meglio per noi sardi la denominazione “Pecorino Sardo”, ma visto che l’abbiamo fatto per i romani dai tempi di Cesare, ha preso quel nome, che non ci piace, ma ce lo teniamo: lo produciamo noi il 97% di quel formaggio, pagato bene o male che sia, ed è nostro! Sottoscrivendo per intero il grido d’allarme di LegaCoop, pubblichiamo il testo integrale della lettera-appello e aggiungiamo: “Giù le mani dal Pecorino Romano Sardo”. E basta anche con le colonizzazioni romane di direttori romani, che vengono in Sardegna a comandare come Aldo Mattia. (Red.)

Ecco il testo integrale della Lettera di Atzori:

Con la presente lettera, a nome di Legacoop Sardegna, si chiede al Presidente Pigliaru, all’Assessore Falchi, agli Onorevoli e ai Senatori eletti nella circoscrizione della Sardegna e agli Onorevoli del Consiglio regionale della Sardegna, un intervento immediato contro l’attacco che, Coldiretti Lazio, assieme al Presidente, all’Assessore all’Agricoltura della Regione Lazio ed ora (a quanto ci è stato comunicato, ma non abbiamo ancora in mano l’atto) anche ad alcuni Parlamentari laziali, stanno portando verso la pastorizia sarda tutta, dalla produzione alla trasformazione, colpendo il suo prodotto principale il Pecorino romano e il suo ente di tutela il “Consorzio di tutela del Pecorino romano”, con sede a Macomer (casa comune per la tutela del “Pecorino romano”, di tutta la produzione e trasformazione nazionale allo stesso associata, di cui la stragrande maggioranza sarda).

Spaventa il silenzio dei nostri rappresentanti politici, così come l’assenza della notizia su tutti gli organi d’informazione sarda. Tutto il comparto Ovino sardo e la sua produzione di Pecorino romano, prodotto che occupa la stragrande maggioranza della trasformazione ovina in Sardegna, così come la sua tutela, vengono messi a rischio da una campagna oltraggiosa di Coldiretti laziale e dei politici locali. Basta guardare la rassegna stampa dei giornali del Lazio e di quelli nazionali, dove si evince cosa sta succedendo (vedi fine lettera).

Si vuole mettere in discussione la titolarità della “DOP Pecorino Romano”, quasi che spetti solo ai produttori laziali il titolo di romano. Si attacca il Consorzio di Tutela e la sua sede a Macomer, quasi fosse una cosa strana (solo 3 aziende laziali trasformano romano e in piccole quantità rispetto a quello trasformato in Sardegna). Coldiretti sta sostenendo la richiesta di una nuova DOP da chiamare “Cacio romano”, che già di per se (con il termine “romano”) genera confusione sui mercati a discapito della DOP “Pecorino romano”. Omettono di dire che già da ora, anzi dal 2009, possono e potevano mettere la dicitura “Pecorino Romano prodotto nel Lazio”, e lo fanno perché il vero obiettivo è quello di togliere la denominazione e l’utilizzo del marchio Pecorino romano ai produttori sardi.

Ci attendiamo, e lo auspichiamo, anche una presa di posizione forte da parte di Coldiretti Sardegna, del suo Presidente Cualbu e del suo Direttore Saba. Rispetto a questi ultimi, viste le dichiarazioni dei giorni scorsi anche contro Legacoop , che solo ora possiamo giustificare come un tentativo di spostare l’attenzione su altro, ci preme rispedire al mittente le accuse mosse. Dopo 8 mesi, utilizzano un documento “riservato”, inviato all’attenzione del Presidente della Giunta Francesco Pigliaru(dove si evidenziavano le problematiche del settore e si prospettavano alcune possibili soluzioni) estrapolando male i dati, e confondendo (!!!) latte con formaggio, per accusarci di aver buttato giù il prezzo del Latte. Appare strano, che solo ora quel documento (ripeto, commentato in maniera strumentale), sia oggetto di conoscenza e di discussione e se lo considerano ancora “segreto” (così come lo chiamano ancora oggi) non si capisce come abbia potuto influenzare il prezzo di mercato se non lo conoscevano nemmeno loro.

Fa strano pensare che Coldiretti non sappia ancora che nelle Cooperative i Produttori del latte sono i Soci delle stesse (eppure ha messo su, da qualche anno, una Centrale di Cooperative chiamata UECOOP), così come fa ancora più strano pensare che per Coldiretti i soci delle Cooperative siano gente che vuole farsi male da sola deprezzando il proprio prodotto …..che si chiama LATTE e FORMAGGIO. Nulla dice il Direttore di Coldiretti Luca Saba, del fatto che fino ad Aprile 2016 era Consigliere di Amministrazione del Banco di Sardegna e che lo stesso Banco di Sardegna, titolare della stragrande maggioranza del credito sulle anticipazioni delle campagne, a dicembre 2015 (con lui in carica, e 4 mesi prima della nostra “incriminata” lettera “riservata”), quando il Pecorino romano strappava sul mercato un prezzo superiore ai 9,60 euro al chilo, abbia deciso di svalutare le previsioni del prezzo del Pecorino romano a 8,00 euro, che determina automaticamente un valore del latte a litro pari a 0,80 centesimi e, visto che la banca finanzia il 70% una possibilità di anticipazione al pastore (per noi anche socio), di 0,56 centesimi a litro.

Lo ringraziamo della considerazione che può avere nei nostri confronti, ma è chiaro che le decisioni della Banca da lui amministrata, possano influenzare maggiormente il prezzo del Latte rispetto ad una lettera “riservata” ad un Presidente di Regione. Sia ben chiaro che, per quanto ci riguarda, non assegniamo colpe a nessuno, Banco di Sardegna compreso, che anzi, ed oggi ancora di più, è in prima linea con l’intero (o quasi) comparto ovino, per aiutarlo a risolvere la crisi.

Guarda caso, oggi quei numeri (50 centesimi a litro, diventati 80 solo 10 giorni dopo), sono stati messi sulla stampa dal Direttore di Coldiretti (Ripeto, Consigliere del Banco di Sardegnain quel periodo), attribuendo la colpa alla Cooperazione e agli Industriali, mentre non dice quello che non ha fatto lui.

Noi non accusiamo nessuno, non è nel nostro stile, Banche comprese, con le quali, e con anche la Regione Sardegna, grazie anche a quella lettera e a quell’incontro richiamato (in maniera strumentale), si sono messe in campo una serie di azioni (GARANZIA del credito dei produttori di latte ovino per 7 milioni – DEPOSITO CAUZIONALE del Pecorino romano in eccesso,per diminuire il prodotto sul mercato e far aumentare il prezzo – POSTICIPAZIONE PAGAMENTO VECCHIA CAMPAGNA di un anno e PAGAMENTO PIENO di quella attuale). Ancora una volta c’è chi urla e accusa (oltre che insultare) gli altri, e chi invece, lavora ogni giorno per i Produttori di Latte e Trasformatori del loro prodotto in Formaggio.

Detto questo, che era doveroso visti gli attacchi subiti, almeno per ripristinare l’informazione corretta, questo è un momento troppo importante, visto l’attacco ricevuto da Coldiretti Lazio e dai politici laziali, alla pastorizia sarda, al suo prodotto principe il Pecorino romano e al Consorzio di tutela dello stesso, dove serve lo sforzo di tutti (Coldiretti sarda compresa), a convergere in una battaglia comune per difendere la “DOP Pecorino romano” e quindi i 12.000 pastori sardi e le loro Cooperative di trasformazione e la trasformazione degli industriali.

Ci sarà altro tempo per commentare il prezzo del latte, ma vogliamo tranquillizzare tutti che sarà ben al di sopra dei prezzi paventati da Coldiretti. Saranno chiari a tutti, visto che ancora oggi qualcuno omette di dire che la Cooperazione sarda ha pagato il latte ad una media di 1,28 centesimi a litro (con punte di 1,45), mentre altri suggerivano come prezzo congruo 1,10 centesimi facendo firmare i pastori ad una cifra troppo al di sotto rispetto al reale valore del latte (visto che il Pecorino romano strappava un prezzo sul mercato con punte fino a 9,60 al chilo).

Serve una battaglia comune, chiediamo a tutti di condividerla e al Presidente Pigliaru di convocare gli stati generali del comparto ovino sardo, in un incontro pubblico, chiamando Produttori, Trasformatori, Cooperative (che ripeto sono produttori e trasformatori), le relative rappresentanze, l’Assessore regionale all’Agricoltura, i Parlamentari sardi e i Consiglieri regionali, tutti insieme a tutela della Pastorizia sarda (e non solo).

ECCO COSA SCRIVONO I GIORNALI DEL LAZIO

Ecco solo alcuni dei tanti articoli e delle dichiarazioni presenti nei giornali nazionali e in quelli laziali (ci risulta che ci siano anche interrogazioni di parlamentari del Lazio al Ministro che ci riserviamo di acquisire):

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(Il Tempo) Lazio contro Sardegna, scoppia la guerra del pecorino romano

di Damiana Verucci

Si chiama «Pecorino romano Dop» eppure viene prodotto per il 97% in Sardegna. Non solo, può sembrare una banalità ma è quantomeno curioso che la sede del Consorzio del pecorino romano si trovi a Macomer, in provincia di Nuoro.
«Una volta era a Roma», dicono dal Consorzio, che su tutto il resto della vicenda si trincera dietro un «no comment». Perché ormai si sta consumando una vera e propria battaglia tra il Lazio e la Sardegna con la Coldiretti regionale che chiede al Ministro delle politiche agricole di istituire la nuova Dop del cacio romano. Se la richiesta passasse si avrebbero a questo punto due dop di pecorino, una sarda e una romana. «Ma almeno – spiega il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri – avremmo finalmente una filiera autenticamente nostrana e autonoma dalla produzione sarda».

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(Affari Italiani). Pastori e pecore: marcia su Roma. Pecorino romano, battaglia Lazio-Sardegna . Lazio e Sardegna divisi dal marchio sul pecorino di qualità. Coldiretti in campo

Martedì prossimo mille pastori, con le loro pecore, invaderanno la Capitale per denunciare le difficoltà del comparto produttivo laziale del Pecorino Romano penalizzato da una politica di filiera pesantemente influenzata dai poteri forti, ma anche per sollecitare il Consorzio di Tutela della Dop a prestare più attenzione nei confronti degli allevatori, in particolare di quelli romani e laziali relegati ai margini del circuito produttivo dallo schiacciante predominio sardo.

“Martedì saremo in piazza, al Foro di Traiano, per aprire una vertenza sindacale che ripristini equilibrio nei rapporti interni alla filiera e – spiega il presidente della Coldiretti del Lazio, David Granieri – introduca equità nella gestione degli interessi economici dei due distinti, ma complementari, sistemi produttivi regionali del Lazio e della Sardegna”.
A ottobre i carabinieri del Nac (Nucleo anticontraffazione) sequestrarono presso un caseificio della Capitale 500 caciotte (per un totale di 10 quintali) soltanto perché recavano in etichetta la dicitura Romano che, stando alla tesi del Consorzio di Tutela, smontata dal ricorso presentato dalla Coldiretti, rischiava di pregiudicare la reputazione del Pecorino Dop, ingenerando confusione tra i consumatori. Ma la battaglia sindacale è altro che chiusa.
“Non rinunceremo mai – puntualizza Aldo Mattia, direttore della Coldiretti del Lazio – al marchio Romano, che ci appartiene per storia e per territorio. Martedì chiederemo al Mipaaf di istituire, come da nostra richiesta già esplicitata in un dossier, la nuova Dop del Cacio Romano e chiederemo al Consorzio di Tutela di valorizzare la filiera laziale del Pecorino attraverso la introduzione di un sottomarchio che permetta al nostro prodotto di essere venduto sui mercati con la dicitura Pecorino Dop Laziale, per potersi così distinguere chiaramente da quello prodotto in Sardegna che oggi monopolizza le vendite”.

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(Dimensione suono Roma) Mille pastori con le pecore al Foro di Traiano: la protesta per salvare il pecorino Dop

Sono scesi in piazza in difesa del pecorino romano Dop. Sono i pastori di Roma e del Lazio che hanno presentano le loro proposte per promuovere e valorizzare un prodotto di qualità, come il formaggio pecorino. Per la manifestazione la Coldiretti Roma Lazio ha scelto il Foro di Traiano.

LE MOTIVAZIONI DELLA PROTESTA – Mille i pastori che insieme alle pecore hanno invaso la città nella mattina di martedì. Due le motivazioni alla base della protesta. In primis le difficoltà del comparto produttivo laziale del Pecorino Romano penalizzato da una politica di filiera influenzata dai poteri forti. La seconda motivazione, invece, è quella di sollecitare il Consorzio di Tutela della Dop a prestare più attenzione nei confronti degli allevatori, in particolare di quelli romani e laziali relegati ai margini del circuito produttivo dallo schiacciante predominio sardo.

COLDIRETTI – A spiegare le motivazioni alla base della protesta è David Granieri, presidente della Coldiretti del Lazio: “Martedì saremo in piazza per aprire una vertenza sindacale che ripristini equilibrio nei rapporti interni alla filiera e introduca equità nella gestione degli interessi economici dei due distinti, ma complementari, sistemi produttivi regionali del Lazio e della Sardegna”. “Non rinunceremo mai – puntualizza Aldo Mattia, direttore della Coldiretti del Lazio – al marchio Romano, che ci appartiene per storia e per territorio. Martedì chiederemo al Mipaaf di istituire, come da nostra richiesta già esplicitata in un dossier, la nuova Dop del Cacio Romano e chiederemo al Consorzio di Tutela di valorizzare la filiera laziale del Pecorino attraverso la introduzione di un sottomarchio che permetta al nostro prodotto di essere venduto sui mercati con la dicitura Pecorino Dop Laziale, per potersi così distinguere chiaramente da quello prodotto in Sardegna che oggi monopolizza le vendite”.

IL CASO – A ottobre i carabinieri del Nac (Nucleo anticontraffazione) hanno sequestrato in un caseificio di Roma 500 caciotte, quindi, 10 quintali, perché recavano la dicitura Romano sull’etichetta che, stando alla tesi del Consorzio di Tutela, smontata dal ricorso presentato dalla Coldiretti, rischiava di pregiudicare la reputazione del Pecorino Dop, ingenerando confusione tra i consumatori.

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(Corriere della Sera/Roma) Mille pastori laziali a Roma per difendere il Pecorino Romano

In piazza, al Foro di Traiano, la guerra d’indipendenza dei pastori romani e laziali che rivendicano l’originalità e la diversità del loro pecorino da quello prodotto in Sardegna, che di fatto oggi monopolizza la produzione Dop del pregiato formaggio.

In piazza, al Foro di Traiano, la guerra d’indipendenza dei pastori romani e laziali che rivendicano l’originalità e la diversità del loro pecorino da quello prodotto in Sardegna, che di fatto oggi monopolizza la produzione Dop del pregiato formaggio.

Nel cuore della Capitale sono arrivati questa mattina allevatori e trasformatori da tutta la regione. Hanno manifestato per ottenere una politica di filiera che differenzi sul mercato la produzione laziale da quella sarda.

“Chiediamo al Consorzio di Tutela del pecorino romano Dop – ha detto David Granieri, presidente della Coldiretti del Lazio – di introdurre un nuovo marchio di riconoscimento che indentifichie valorizzi il pecorino prodotto a Roma e nel Lazio e di aprire proprio qui, a Roma, una sede del Consorzio (la sola finora esistente si trova in Sardegna) per gestire la filiera laziale in piena autonomia da quella isolana. Infine siamo in attesa che il ministero delle politiche agricole istituisca comunque anche la nuova Dop del Cacio Romano che abbiamo richiesto – ha aggiunto Granieri – per valorizzare adeguatamente tutta la produzione laziale che oggi non confluisce nella Dop del pecorino”.

In piazza, per sostenere le rivendicazioni degli allevatori romani e laziali, c’erano anche il presidente del consiglio comunale di Roma, l’assessore regionale all’agricoltura e il presidente del Lazio. “Siamo al vostro fianco a difesa della identità di un prodotto che ci appartiene per storia. Non accetteremo mai – ha detto Nicola Zingaretti – politiche che possano distruggere l’economia della nostra regione. È inammissibile che dietro l’aggettivo Romano ci siano tutti tranne quelli che il pecorino lo hanno inventato.

Carceri: Falchi, Regione in progetto pilota agricoltura sociale con colonie penali sarde

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Arbus, 3 settembre 2016 – “La Regione condivide e sostiene l’obiettivo di sviluppare e potenziare i progetti di agricoltura sociale incentrati sulla formazione e professionalizzazione dei detenuti nelle tre colonie penali agricole sarde. Queste strutture, infatti, hanno grandi potenzialità: non solo sotto il profilo agroalimentare, ma come concrete occasioni di reinserimento sociale e lavorativo”. Lo ha detto l’assessore dell’Agricoltura della Regione sarda, Elisabetta Falchi, nel corso del suo l’intervento alla giornata di studio conclusiva della Summer School sul tema “Pratiche agricole, pratiche sociale: costruire percorsi di agricoltura sociale” nella casa di reclusione di Is Arenas, ad Arbus.

Sperimentazione in Sardegna. L’iniziativa, partita il 28 agosto a Cagliari e organizzata dalla Rete rurale nazionale in collaborazione col CREA (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), il Ministero della Giustizia e l’agenzia regionale LAORE, ha previsto un percorso formativo per lo sviluppo di progettualità di agricoltura sociale nei territori rurali e nelle comunità locali e ha toccato le colonie penali agricole di Isili, Mamone e Is Arenas, con l’attivo coinvolgimento degli ospiti delle strutture detentive. Una prima sperimentazione è in corso di avviamento in Sardegna, finanziata mediante gli assi II e III del PON Inclusione e il Programma di sviluppo rurale 2014/2020, con la finalità di estenderla, sulla base dei risultati ottenuti, alle colonie penali toscane di Pianosa e Gorgona. 

Qualità dei prodotti, qualità del welfare. “Vogliamo rafforzare il concetto di agricoltura come produzione di beni comuni – ha sottolineato la titolare dell’Agricoltura -. Il perno del rilancio della nostra agricoltura è la qualità dei prodotti, che si può ottenere solo se si opera in un territorio di qualità non solo da un punto di vista ambientale ma anche sociale e inclusivo. Quindi siamo soddisfatti di essere protagonisti di questo progetto pilota che, attraverso l’attività agricola, attiva nuove politiche di welfare.”

Costruire professionalità agricole. L’esponente della Giunta ha poi aggiunto: “Riteniamo possibile che la costruzione di professionalità agricole nelle colonie penali sarde diventi la regola e non più l’eccezione, grazie al miglioramento delle produzioni agroalimentari, anche attuando sinergie interne tra le strutture isolane per una produzione integrata, una maggiore collaborazione con le agenzie agricole regionali e trovando strade per la commercializzazione delle produzioni con il rilancio del marchio GaleGhiotto come garanzia dell’alta qualità alimentare e sociale.”

Dialogo col tessuto produttivo locale. Il lavoro da fare è ancora tanto, non solo a livello di mentalità di tutti gli attori coinvolti ma anche sotto il profilo legislativo. Infatti, per Falchi “sono necessarie modifiche normative che rendano le case di reclusione più permeabili nei confronti delle comunità e del tessuto produttivo locale e facilitino il trasferimento dei detenuti che vogliano intraprendere una formazione in campo agricolo. Come Regione che punta sull’innovazione anche in campo agricolo, siamo orgogliosi di ospitare questa sperimentazione che speriamo abbia una ricaduta positiva sul sistema penitenziario italiano”. La concordanza del progetto di agricoltura sociale con gli indirizzi programmatici del governo regionale su valorizzazione dei territori e inclusione sociale è stata evidenziata anche da Anna Pireddu, capo di gabinetto dell’Assessorato della Programmazione, che è intervenuta per portare i saluti dell’assessore Raffaele Paci. 

Incendi ad aziende agricole: Pili (Unidos), vendette di campagna o racket?

Dietro gli attentati c’è una regia con obiettivi ben definiti?

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Cagliari, 29 agosto 2016 – “Una delle più grandi aziende agricole brucia ancora a distanza di due giorni dall’immane rogo che l’ha distrutta. L’azienda Dipenta ad Ortacesus è una delle più importanti aziende agricole e agropastorali della Trexenta, forse della Sardegna. Per quale motivo questa azienda ha subito questo vile attentato che ha distrutto capannoni pieni di fieno e tutti i mezzi meccanici?”. Lo afferma il deputato di Unidos Mauro Pili che prosegue: “Si tratta di un’azienda con un’estensione rilevante oltre i 300 ettari! Un biliardo! Tutta in una pianura senza alcun avvallamento!”.

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“Stesso identico attentato subito due settimane fa da Luca e Marco Sanna. Azienda in pianura – prosegue Pili -, estensione oltre i 300 ettari. Anche in quel caso a fuoco andarono fienili e mezzi meccanici! Ma negli ultimi 15 giorni ad essere colpite da attentati sarebbero altre 4 aziende, con modalità analoghe! Dispetti? Vendette?”. Oppure, insinua il dubbio Pili, si tratta di “un racket che ha messo nel mirino le aziende agricole sarde, meglio se in pianura e con grandi estensioni? Un dato è certo, troppi episodi analoghi non fanno una prova ma sono di certo elementi inequivocabili di indagini. Urgenti e approfondite! Prima che sia troppo tardi!”

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Energia, Agricoltura&Affari: @Mauro_Pili (#Unidos), megatruffa sui pannelli solari nelle terre agricole nel Campidano

Terreni da acquisire per 18 milioni di euro, per guadagnare 2 miliardi di incentivi Il deputato denuncia “Ecco i contratti truffa: 1.200 euro ad ettaro all’anno per 30 anni per un bottino da 1 milione di euro per il faccendiere locale. Mai pagate le penali previste dal contratto e truffa aziende agricole in piena produzione: la falsa la storia dei terreni incolti”

Cagliari, 27 ago. 2016 – “Una mega truffa che ha attraversato l’intero Campidano, passando da Decimoputzu sino a Gonnosfanadiga. Una tentata rapina da 500 ettari circa messa in campo con metodi da faccendieri che millantano denaro subito in cambio di terreni e aziende da radere al suolo. Un’operazione giocata tutta sotto il millantato ricatto/minaccia di un esproprio di pubblica utilità. Contratti per sfruttare per 30 anni i terreni e poi, una volta distrutto tutto, restituire il deserto. Un piano da 18 milioni di euro per acquisire il diritto di superficie in cambio di terreni e immobili che secondo le clausole capestro del contratto potevano essere rase al suolo senza se e senza ma.  Un compenso per quei terreni apparentemente elevato che nasconde il vero obiettivo di questi faccendieri: sfruttare quelle superfici per incassare decine di milioni di euro all’anno di incentivi freschi per il termodinamico solare. Basti un solo dato, rapporto ad analoghi impianti: ogni ettaro di terreno è destinato a incassare 5 milioni di euro di incentivi per i prossimi 25 anni. Questo vuol dire che questi signori avrebbe pagato quei terreni 18 milioni di euro per incassare oltre 2 miliardi di incentivi nei prossimi 25 anni. Siamo dinanzi ad una vera e propria truffa ai danni della Sardegna e dei sardi che rischiano di farsi portar via terre produttive e in piena produzione per far guadagnare miliardi di euro di incentivi a faccendieri senza scrupoli. Tutto denaro prelevato a piene mani dalle tasche dei sardi e non solo attraverso le bollette elettriche. Tutto questo dichiarando il falso quando asseriscono che si tratti di terreni incolti e abbandonati quando, invece, si tratta di aziende in piena produzione. Decine di ettari di fiorenti uliveti, colture imponenti di mangimi legati all’attività agropastorale e lattiero casearia. Un’operazione per far regredire sempre di più la Sardegna a scapito delle produzioni agricole e a favore di speculatori senza scrupoli sbarcati nel Medio Campidano per tentare di imbrogliare agricoltori e allevatori”.

Lo ha detto stamane il deputato di Unidos Mauro Pili in una conferenza stampa tenuta tra le rigogliose colture di granturco nell’agro di Gonnosfanadiga, le stesse aree oggetto dei contratti capestro che in molti hanno rifiutato sonoramente.

“Questa azienda – ha detto Pili – è una delle tante che è stata oggetto di indebite pressioni, millanterie varie e minace di esproprio. E’ giusto che su questi metodi sia la Procura a valutare se si ravvisino anche da un punto di vista penale reati. Basterebbe sentire gli agricoltori per comprendere metodi e falsità raccontate da faccendieri e intermediari di questo piano speculativo. La truffa la si evince da un primo inequivocabile elemento: nel contratto che qualcuno ha sottoscritto era prevista una clausola che prevedeva che se entro 18 mesi non fossero arrivate le autorizzazioni si sarebbe dovuta pagare una penale di 6.000 euro a contratto. Non solo non è stato pagato quanto previsto dal contratto, ma risulta che l’intermediario abbia chiesto, e in qualche caso ottenuto, un rimborso spese da 1.000 euro, versati non si sa come ad affini dello stesso faccendiere. Un contratto che prevedeva per il basista dell’operazione, tale arch. Virdis, la bella cifra di quasi un milione di euro solo di provvigioni per la stipula dei contratti di diritto di superficie. E’ giusto che la Procura indaghi su questa vicenda che, se portasse ad un’ipotesi reale di esproprio per pubblica utilità, dovrebbe coinvolgere anche le alte sfere sia del Ministero dell’ambiente che la stessa presidenza del consiglio dei ministri. La contiguità politica tra i vertici dello stato a partire dal presidente del consiglio con alcuni dei personaggi coinvolti in questa operazione deve essere approfondita e fermata. Non è un segreto che i proprietari di alcune società coinvolte nel progetto speculativo siano comparse più volte a sostegno diretto del presidente del consiglio dei ministri in campagne elettorali e non solo. Tutto questo – ha concluso Pili – deve essere fermato in ogni modo, verificando metodi e ricatti messi in campo per strappare questa terra agli agricoltori e allevatori sardi. Sarà un’opposizione dura, senza sconti per nessuno”.

Peste suina: Pili (Unidos), Sindaco Desulo pugnalato alle spalle dalla Regione sarda, è barbarie istituzionale

Nuoro, 26 agosto 2016 –  “La Regione pugnala i sindaci alle spalle. Non solo li ha lasciati soli ma adesso li espone anche al calvario giudiziario. L’avviso di garanzia al Sindaco di Desulo Gigi Littarru è l’ennesima dimostrazione di una regione inadeguata e vigliacca che non solo non fa quanto gli è dovuto ma arriva persino a segnalare i Sindaci alla Procura della Repubblica per presunte inadempienze. Il gesto subdolo del presidente della Regione di chiedere al sindaco di Desulo un’ordinanza di abbattimento di suini nelle campagne del paese è nel contempo un atto vigliacco, considerate le tensioni che da mesi si registrano nel territorio, e istituzionalmente gravissimo. Non solo quell’atto non doveva e non poteva essere richiesto al sindaco ma la Regione aveva una responsabilità precisa per eseguire direttamente  sia le formalità che l’eventuale abbattimento. Un elemento è certo: il Sindaco di Desulo anche stavolta è stato usato come scudo umano per l’incapacità della Regione di predisporre un piano condiviso e capace di ricucire il tessuto sociale legato al fenomeno dell’allevamento incontrollato di suini. Un processo che andava affrontato con il dialogo e non con le ruspe. Appare inqualificabile sul piano istituzionale, ancor di più su quello giuridico, aver chiesto al Sindaco di emettere un’ordinanza su di un allevamento dove la Regione era maldestramente intervenuta qualche settimana prima. Le responsabilità delle azioni vanno assunte sino in fondo ed è impensabile che si possa agire come sceriffi di campagna ignorando regole e dialogo”.

Lo ha detto il deputato di Unidos Mauro Pili che ieri sera nella sede del Municipio a Desulo ha incontrato il sindaco Gigi Littarru per esprimergli la totale vicinanza e solidarietà per l’avviso di garanzia appena ricevuto e nel contempo esaminare le problematiche reali della lotta alla Peste Suina Africana.

“Da Desulo a Villagrande, passando per Urzulei e Fonni esiste un patrimonio suinicolo di primaria importanza per il quale occorre buon senso e senso di responsabilità per salvaguardare una filiera alimentare di grande valore e di livello straordinariamente superiore nel mediterraneo. Agire senza una strategia chiara che consenta di valorizzare questo patrimonio significa non solo non affrontare il problema della peste suina africana ma si corre anche il rischio di peggiorarlo. Molto spesso passare da un pascolo infetto ad un altro immune significa provocare un grave pericolo di contagio. Questo è avvenuto davanti ad innumerevoli testimoni. Chiedere ai sindaci di farsi carico con ordinanze di abbattimento anche di queste negligenze è da irresponsabili. Nessuno può disporre ordini al Sindaco che quindi non poteva rifiutarsi di adempiere ad un ordine che non poteva e non doveva in alcun modo essere disposto. L’unità di missione aveva il compito, se lo avesse ritenuto necessario, di predisporre tutti gli atti conseguenti alla loro attività emergenziale. Scaricare sul sindaco queste tensioni – ha detto Pili – è grave e lesivo delle stesse istituzioni locali”. “Il tema delle peste suina africana va affrontato con investimenti culturali e formativi, mettendo in campo soluzioni che si attaglino ad ogni singola realtà. La filiera suinicola di montagna deve poter diventare un’opportunità se solo si incrementassero controlli e gestione. Le stesse terre comunali devono essere regolamentate in modo tale da rendere verificabile in ogni singolo processo l’allevamento di suini, sia per quanto riguarda gli affidamenti e la loro delimitazione fisica tale da impedire contatti e assumendosi ognuno la propria responsabilità. Così come non si può perseguire la lotta alla peste suina africana senza porsi il problema dei cinghiali e del potenziale infettivo che risulta sottovalutato e comunque non affrontato”.

“L’economia agropastorale va gestita con senso di responsabilità da parte degli allevatori, prima di tutto, e dal buon senso delle istituzioni e degli operatori. Le azioni militari sono deleterie così come le irresponsabili azioni della regione tese a punire i Sindaci liberi e autorevoli nel governo del proprio territorio. Per questo motivo – ha concluso Mauro Pili –  a nome mio e dell’intero Movimento Unidos, ho voluto personalmente esprimere vicinanza e sostegno al Sindaco Littarru, colpito perché libero, responsabile e autorevole nel governo di processi sociali complessi e articolati del proprio territorio. Questioni delicate che si affrontano con il bisturi e non con la ruspa”.

L’anguria e il risveglio dell’eros, sei fette al giorno producono gli stessi effetti della famosa pillola colorata?

 

Il segreto abbonda nella parte bianca della buccia che generalmente viene buttata, lo dice uno studio dell’Università A&M, in Texas

Cagliari, 24 agosto 2016 – Le regioni calde d’Italia hanno vantaggi enormi sul benessere dell’uomo. Almeno in questo la Sardegna può ritenersi avvantaggiata. Quanto più le stagioni sono lunghe e calde quanta più probabilità si ha di consumare le angurie a tavola. Talvolta non si presta l’attenzione giusta, ma uno studio dell’Università A&M, in Texas di alcuni anni fa, indirettamente conferma questo dato. Il clima caldissimo stimola il consumo dell’anguria e questo elemento non può passare inosservato per gli uomini del nostro tempo stressati dalla frenesia della vita moderna. Alcuni giorni fa ho parlato della bontà delle angurie di Serrenti. Alcuni lettori ci hanno simpaticamente cucito sopra i loro curiosi ricami e ricamini. Ho fatto riferimento a Serrenti, non per questioni di campanile, ma soprattutto perché ha una campagna, che contrariamente ai paesi contermini di Serramanna, Samassi, Sanluri e Furtei, stenta ad introdurre la cultura dell’agricoltura da orto. Pure l’Amministrazione comunale, sensibile ai fenomeni dell’occupazione e del lavoro, ha cercato di stimolare l’interesse dei giovani e delle massaie verso le orticole attraverso la formazione professionale delle Agenzie Agricole Agris e Laore. Ed è un vero peccato perché l’orticoltura, se ben praticata, da delle risposte alle casse dell’economia familiare molto più velocemente delle indispensabili colture cerealicole. Ho segnalato Serrenti perché quei terreni non hanno mai visto le angurie coltivare in forma estensiva, per cui hanno intatta l’energia per portare a maturazione le angurie di alta qualità. Angurie ricche di citrullina nella polpa e nella parte bianca che l’avvolge. Questa sostanza contribuisce per qualificare l’anguria con il curioso appellativo di “frutto della passione”. In questi ultimi giorni il prezzo dell’anguria è calato, la si può trovare anche a meno di 50 centesimi il kg; chi fosse è interessato può fare incetta dei cocomeri della salute. Secondo lo studio della Texas A&M University, finanziato dal Dipartimento di Stato americano, sei fette di cocomero producono gli stessi effetti di una pillola colorata e senza effetti collaterali. Il principio base è la citrullina, “un amminoacido che una volta nell’organismo si trasforma in arginina, un altro amminoacido che interviene positivamente sul cuore e promuove la dilatazione dei vasi sanguigni producendo un risveglio dell’eros”. Da tenere conto però che la citrullina è contenuta in basse quantità nella polpa colorata mentre è più abbondante nella parte bianca, quella che normalmente viene buttata. E così l’anguria prodotta in Sardegna, grazie alle alte temperature, da Cenerentola sale sul podio dei prodotti vegetali eccellenti, croccanti e di acqua buona, da consumare a volontà per l’accumulo della magnifica arginina sul corpo umano.

Fulvio Tocco

Energia: Contadini e pastori contro i consumatori di suolo, altro che barbari

Ai fautori del termo dinamico bisogna ricordare che senza il contadino si perde la campagna e che mangiare è un atto agricolo che contribuisce ancora oggi a rendere la Sardegna diversa sul mercato del cibo e del turismo

Fulvio Tocco

Cagliari, 22 ago. 2016 – Io non so se per realizzare una mega centrale si debba espropriare un’azienda agricola in piena attività. Mi sembra una pietosa anacronistica assurdità. Secondo le informazioni recenti la “Flumini Mannu Ltd”, che si ammanta di un nome sardo, rimane sempre una società con sede tra Londra e Macomer, che vorrebbe realizzare un “mega campo fotovoltaico” in Campidano. Come non voglio credere che al competente Ministero diano l’assenso a cuor leggero su un tema così complesso ancor prima che si approvi la riforma costituzionale che prevede la concentrazione su Roma delle decisioni a carattere strategico. Poi quanto siano strategici questi impianti in Sardegna è tutto da dimostrare. Però l’argomento consente di fare delle riflessioni sul consumo di suolo produttivo in un periodo di malsana Globalizzazione. Mi permetto di farle perché quando esisteva la Provincia del Medio Campidano, erano in tanti, senza distinzione di casacca, a dileggiare i progetti finalizzati alla Cura della Campagna. Di una Campagna delle aree seminative che con un Piano Straordinario, in affiancamento al Psr, sarebbe potuta diventare il cuore pulsante della Sardegna produttiva. Di una Sardegna che importa 150 milioni l’anno di granaglie per alimentare il suo patrimonio ovicaprino.

Per testare il Programma a carattere agricolo, ecologico ed ambientale si erano fatte delle prove di attuazione in collaborazione diretta con le Amministrazioni comunali, le Organizzazioni agricole e 1.360 aziende agricole, per dimostrarne la fattibilità pratica. Le prove attestarono come si può eliminare la burocrazia rispettando i tempi del ciclo biologico dei vegetali coltivati. Curiosamente quanto più crescevano gli aderenti quanto più si allargava il fronte degli contrari. Addirittura un sindaco mi consigliò di non dare troppa enfasi al Progetto. Ma si sa l’autolesionismo è foriero di miseria. Ricorrendo alle possibilità che offre una delle migliori leggi della Repubblica italiana, il TUELL del 2000, che consente agli Enti locali di stimolare le attività produttive rendendo redditizio il Territorio è stato possibile andare avanti anche di fronte alle ostilità del sistema regione poco propenso all’innovazione. Curare la Campagna, significa prima di tutto preservare il contenitore più ricco in assoluto al servizio dell’uomo su questa terra; esso avvolge i centri abitati, i beni culturali, artistici, ex minerari e termali. Per un pensiero maldestro la nostra Campagna non è stata mai valutata per il suo reale valore paesaggistico ma come luogo in cui non è conveniente coltivare determinate colture. Il paesaggio è come l’aria, è di tutti, se ci manca siamo finiti e passano le idee di chi vede i contadini come dei meri produttori di lenticchie e i pastori di un latte svilito dalle canaglie che indirizzano artatamente il mercato. Altro che Barbari. Queste figure professionali invece vanno annoverate tra le produttrici di paesaggio. Ai fautori del termo dinamico, scollegato dalle attività produttive, bisogna ricordare che senza il Contadino si perde la Campagna e che mangiare è un atto agricolo che contribuisce ancora oggi, in un epoca di soffocante Globalizzazione, a rendere la Sardegna diversa sul mercato del cibo e del turismo. Questo è il valore della biodiversità!

Quando il Comitato del Patrimonio Mondiale ha deciso di inserire “Su Nuraxi” di Barumini nella World Heritage List, nel 1997, ritenendo che i Nuraghi della Sardegna costituiscono un’eccezionale risposta alle specifiche condizioni geografiche, sociali, e politiche esistenti sull’isola in epoca preistorica è perché questi fanno parte dell’inestimabile paesaggio che abbiamo ereditato. Ecco perché bisogna tenere lontani i consumatori di suolo. Il paesaggio rurale sta cambiando a causa dell’intensificazione dell’agricoltura e dell’abbandono delle campagne, è vero; spetta a noi combattere contro la speculazione e non contro l’innovazione. Perché gli impianti finalizzati ad accompagnare le attività produttive del settore primario, per renderle più competitive sul mercato, vanno incentivati senza indugio. In Sardegna abbiamo un esempio concreto: l’impianto solare termodinamico installato a San Nicolò D’Arcidano, dalla Nuova Sarda Industria Casearia il caseificio che ha scelto l’applicazione termica del solare a concentrazione per ridurre il fabbisogno di gasolio e produrre nel rispetto dell’ambiente. Questo per dire che l’innovazione deve accompagnare la crescita socio economica e non la speculazione finalizzata ad allargare le aree artificiali rendendoci sempre più poveri e dipendenti.