Agricoltura: Mipaf ha prodotto un Piano sulla frutta da guscio, ma in Sardegna è pressoché sconosciuto

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Necessaria una articolata e puntuale azione che restituisca alla mandorlicoltura prospettive concrete di rilancio produttivo e commerciale

di  Fulvio Tocco

Cagliari,1 aprile 2016 – Nell’anno 2014 il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali ha fornito ai territori dell’Italia meridionale e delle isole uno dei Piani più interessanti per rendere produttive le pianure, le colline e le montagne: Il Piano del settore Mandorle, Noci, Pistacchi e Carrube 2012 / 2014. In Sardegna, curiosamente, la questione è passata quasi inosservata. Eppure si tratta di un documento che mette a nudo l’inerzia della politica agraria italiana sulla frutta da guscio nonostante le prospettive di crescita. Per esempio la mandorlicoltura nel contesto internazionale, dice il Piano nazionale, ha rappresentato per secoli una componente essenziale della economia agricola del nostro Paese. Oltre ovviamente a Sicilia e Puglia, anche Sardegna, Basilicata, Calabria, Abruzzi, Campania e, in misura minore, altre Regioni registravano ancora, tra il 1940 e il 1950, una produzione mandorlicola significativa. Questa diffusa presenza ha consentito all’Italia di detenere fino al secondo dopoguerra il primato produttivo nel mondo, con una forte penetrazione commerciale non solo sui mercati del Centro Europa ma anche nei paesi mediorientali, asiatici e dell’America Latina. Ma già a partire dalla metà degli anni ‘60 questo primato era passato nelle mani della California, che aveva puntato in maniera decisa all’aumento delle superfici, alla selezione di varietà ad alta resa, ad una intensiva meccanizzazione, con prezzi bassi e forti strategie di marketing. E’ nel successivo ventennio (anni’80 e‘90) che la situazione è andata sempre più aggravandosi, provocando una crisi del settore talmente profonda da far temere una vera e propria scomparsa della coltivazione del mandorlo in tutte le Regioni italiane interessate. Non altrettanto è avvenuto in Spagna, che, pur subendo anch’essa gli effetti della “invasione” californiana, ha incrementato la propria produzione rispetto agli anni ’60. O in Paesi come l’Australia, che in appena 10 anni, dal 2000 ad oggi, ha raggiunto livelli produttivi tali da diventare il secondo produttore mondiale. In Italia chi ha reagito con maggior vigore alle importazioni dall’estero è la regione Sicilia che ha incentivato la coltivazione del mandorlo su vaste aree dell’isola. E oggi le nuove estensioni dei mandorleti sino ai 500 metri d’altezza sono sotto gli occhi di tutti. Pertanto, mentre in Italia, si registrava una massiccia riduzione di superfici dedicate alla mandorlicoltura, la produzione mondiale rispetto al dopoguerra aumentava passando da poco più di 87 mila tonnellate di sgusciato del quinquennio 1947-1951 a oltre 921 mila tonnellate nel 2010/2011.

E’, quindi, più che evidente, dice il Piano, come una pluridecennale assenza di strategie di tutela della nostra mandorlicoltura da parte delle istituzioni e delle organizzazioni del mondo agricolo, dei settori economici coinvolti (dalla produzione alla commercializzazione), dei centri di ricerca pubblici e privati, abbia favorito la progressiva distruzione di un patrimonio produttivo ed economico di primaria importanza.

Per invertire questa rovinosa e ingiustificabile tendenza è, pertanto, necessaria una articolata e puntuale azione che restituisca alla mandorlicoltura prospettive concrete (la regione Sicilia insegna) soprattutto di rilancio produttivo e commerciale. Nell’ambito della frutta secca, la mandorla è sicuramente il prodotto con la più vasta gamma di usi. Per rimanere in Sardegna non c’è paese che non abbia almeno un dolce tipico in cui la mandorla figuri come ingrediente principale.

Il consumo nutraceutico della mandorla, supportato da numerosissimi studi scientifici sulle proprietà benefiche della frutta secca, è l’elemento fondamentale delle strategie di marketing della mandorla californiana in tutto il mondo. Infatti l’Almond Board of California promuove da anni con vaste campagne mediatiche sia sul mercato statunitense che sui mercati emergenti (Cina, India, Paesi Arabi), il consumo quotidiano di mandorla come componente essenziale delle diete salutistiche sulla base di numerosi studi scientifici, alcuni dei quali, per ironia della sorte, condotti anche in Italia, in particolare dalla Facoltà di Farmacia di Messina.

Di fronte a questo scenario, l’unica reale arma a disposizione della mandorlicoltura nostrana è la indiscussa qualità, legata alla tradizione produttiva, alle tecniche di coltivazione e raccolta, alle condizioni pedoclimatiche. Sia dal punto organolettico che salutistico la produzione del nostro Paese è, infatti, unanimemente riconosciuta superiore alla produzione straniera, senza parlare dei rischi per la salute connessi agli alti livelli di aflatossine riscontrati nella mandorla californiana, su cui la Commissione Europea aveva acceso i riflettori nell’Agosto 2007.

Il Piano nazionale ha aperto gli occhi agli operatori del settore, e non solo, sulla questione delle “aflatossine”. Le fortissime pressioni delle lobby degli importatori europei, che acquistano il 56% della produzione californiana, hanno, però, costretto la C.E. a fare retromarcia nel febbraio del 2010, con una decisione sconcertante, a cui si è opposta solo l’Italia, che ha autorizzato un considerevole innalzamento dei livelli di tolleranza di aflatossine nelle mandorle provenienti dalla California.

La riconquista dei settori di utilizzo tradizionale deve, quindi, far leva sul concetto che “le mandorle non sono tutte uguali” e che la tutela della qualità e salubrità dei prodotti trasformati italiani (dolci, gelati, semilavorati, ecc.) dipende in primo luogo dalle materie prime utilizzate.

Considerando che il Piano di settore esiste già, per recuperare il tempo perduto, prima di intraprendere qualunque iniziativa promozionale, è necessario incentivare con formule semplici e straordinarie la diffusione della mandorlicoltura su tutto il tentorio isolano. Per parlare di iniziative e di promozioni e di chiusura di filiere occorre la massa critica che in un triennio può prendere piede senza difficoltà alcuna se la politica di chi governa ci crede. Le azioni da campiere a valle il Piano le contempla tutte. Non è necessario investire con altre somme.  L’importante è creare i presupposti per la chiusura della filiera. Perché ciò sia possibile è necessario cominciare dal sostegno all’estensione della coltivazione in pianura e in collina, nel versante della produzione che in quello della lavorazione e trasformazione.

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