Agricoltura: occorre un Piano Straordinario per stimolare la coltivazione della pianura, della collina e della montagna

Chi si prende la responsabilità di orientare l’allargamento delle attività produttive in Sardegna?

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Fulvio Tocco

Cagliari, 14 ottobre 2015 – Di recente ho avuto l’occasione di osservare lo stato delle campagne di una parte della Sicilia e di quelle del piacentino. Su di queste lo sguardo va a finire sempre su una pianura coltivata o su una collina coltivata sotto una chioma alberata. Due fotografie che guardano al territorio come fonte indispensabile di ricchezza. Basta fare la Cagliari Sassari e ci accorgiamo subito della differenza. Se per coltivazione intendiamo cura delle campagne possiamo dire, senza essere smentiti, che noi sardi non consideriamo abbastanza la ricchezza del territorio. Il mio modello politico parte dalla necessità della produzione della ricchezza per mandare avanti qualunque programma al servizio del cittadino. Senza risorse non si va da nessuna parte e il destino della Sardegna sarà segnato dall’incuria. Ciò che è più preoccupante è che non facciamo quanto è necessario perché le cose cambino. Ora che la Sardegna è quasi del tutto imbalsamata in campo industriale dovrebbe risultare chiaro ai cittadini a che cosa serve la Regione a che cosa servono i Comuni: servono per stimolare la produzione della ricchezza locale senza lasciare l’economia regionale in balia della globalizzazione sfrenata. Una società funziona meglio quando i cittadini hanno più interesse a rispettare le regole che a violarle. Ecco perché ho scelto come titolo dell’articolo la famosa frase di Oprah Winfrey “Ci si diventa Ciò che si vuole”. Se ci teniamo a lasciare parte delle campagne senza cura la responsabilità è anche nostra non solo della politica e dei dirigenti del sistema. La produzione della ricchezza implica delle responsabilità sociali. I sardi, per progredire, devono pretendere che il territorio produca ricchezza da ridistribuire. E’ inammissibile che di fronte a tanta carestia che ci siano terre incolte. Anche di quelle pubbliche per pigrizia intellettuale quando si ha tutto l’interesse e renderle produttive. Ci sono regioni che l’anno fatto anche assegnando una dote di avviamento ai nuovi affittuari. E’ solo una questione di sensibilità! Occorre un Patto tra cittadini e pubblica amministrazione, con la consapevolezza che la ricchezza prodotta dalla cura totale del territorio deve dare benefico un po’ a tutti. Il paesaggio è come l’aria è di tutti. Ora che le entrate dei contribuenti stanno calando dovrebbe risultare più chiaro, una volta che si è incautamente rinunciato a rimodellare la funzione delle Province, a che cosa serve l’Ente Regione o l’Ente Comune; serve a proteggerci dalla Globalizzazione, dal mercato e dalle sue stranezze. Il contesto sociale su cui ci muoviamo ci dice che, in assenza degli imprenditori che intendono creare industrie in Sardegna, spetta alla pubblica amministrazione, per quel che può, incentivare la coltivazione delle campagne. Ad iniziare da quelle pubbliche incolte. “La politica, per dirla con le parole di Fernando Saver, è ciò che i cittadini fanno per la Polis, non è qualcosa da cui si possa dimettere” io la penso così. “Ciascuno deve mettere al servizio della collettività le proprie capacità, la propria esperienza e il proprio desiderio di sfide”. Il Ministero dell’Agricoltura, qualche anno fa, ha prodotto un meraviglioso programma per la valorizzazione della frutta da guscio; quello studio può tornare utile per formulare delle proposte progettuali finalizzate all’allargamento delle attività produttive in pianura, in collina e in montagna. Ma occorre un Piano Straordinario, ora non domani, che affianchi il Psr, finalizzato all’estensione di queste e altre colture.

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