Abolizione delle Province, un clamoroso autogol che ha prodotto l’indebolimento dei territori con danni incalcolabili alle imprese e ai cittadini

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Fulvio Tocco

CHE FARE IN TEMPO DI GLOBALIZZAZIONE?

L’economia gira anche con l’uso delle derrate locali nelle mense scolastiche o incentivando la coltivazione totale delle campagne per plurimi fini

A distanza di oltre due anni è possibile dire che il progetto di cancellazione delle Province in Sardegna è stato pensato da politici inadatti. Si sono avventurati sui sentieri inesplorati delle riforme istituzionali. Hanno cercato la visibilità autoreferenziale a tutti i costi, incuranti della confusione e dei danni che avrebbero causato alle persone, alle imprese e alle cose. In un periodo di vacche magre, non avendo nulla da fare perché le risorse finanziarie prendevano per legge, delle precise destinazioni, hanno cercato di stare in prima pagina ad ogni costo. Anzi, non va dimenticato, a spese dei contribuenti! Considerata la forte pressione dei media, incoraggiati da Report, per far ben percepire ai cittadini la necessità dell’abolizione delle Province, presentate artatamente come luogo dello spreco; i dirigenti dei partiti politici dell’epoca, scegliendo la politica dello struzzo, hanno assecondato in una maniera o in un’altra il predetto referendum. C’era chi si espresse a favore e chi invece aveva preferito tacere con la speranza che il referendum non andasse a buon fine. Un clamoroso autogol che ha prodotto l’indebolimento dei territori con meno investimenti e meno servizi; danni incalcolabili alle imprese e ai cittadini. In un periodo che vedeva l’industria ritirarsi, le imprese locali boccheggiare, l’unica fonte di speranza ricadeva sulle risorse territoriali e l’ente più idoneo a farle emergere era proprio la Provincia e invece, nel momento meno opportuno, anziché rimodellarla alle nuove esigenze, l’abbiamo abolita.

Chi rappresentava le istituzioni ha dimostrato di non saper leggere il territorio e i suoi bisogni, con l’aggravante della scelta dei tempi, che richiedeva delle politiche della ripartenza e non quelle dello sfascio. A quello ci aveva già pensato dissennatamente il governo di Roma. Senza entrare nel merito sul luogo dello spreco che subito dopo è stato individuato dai magistrati nel sistema Regione, ora anche i media nazionali, sia pure in ritardo, stanno cominciando a rendersi conto di quanto devastante sia stata la riforma delle province avviata dal Ministro Graziano Delrio, tanto da non poter nemmeno essere attuata, dalla legge 190/2015. In poche parole i cittadini sono stati maleficamente orientati al voto, in un periodo di condizione socioeconomica terrificante, per creare danno a loro stessi. Ora non si sa che pesci pigliare. Un bel risultato no? E i furbetti tifosi di allora? I proponenti e i sostenitori del referendum erano talmente presi dall’affermazione personale che dall’interesse collettivo e, tra le tante cose occultate, per dirne una, hanno evitato di dire che l’Istituto della quattordicesima non esisteva (e non esiste) nella contrattazione collettiva dei dipendenti provinciali e che solo assorbendoli nel sistema regione, come avevano paventato, la spesa anziché diminuire sarebbe subito aumentata, ma queste informazioni sono state nascoste agli elettori e ai media. Ora c’è chi scansa i dibattiti pubblici, chi preferisce il silenzio, ma sono comportamenti di chi evita di dire la verità su come va impostata la via della ripartenza. Se non si produce ricchezza locale come si pensa di evitare lo strangolamento della globalizzazione? I ricchi sono uccel di bosco da un po’ di tempo: in pochi lo dicono. Se non si produce ricchezza come si pensa di fronteggiare il malessere diffuso?

Di fronte al sistema Regione che ancora non ha capito che l’economia gira anche con l’uso delle derrate locali nelle mense scolastiche o incentivando la coltivazione totale delle campagne per plurimi fini, dove si pensa di andare? Non sarà certo l’incentivazione all’acquisto di macchine agricole a risollevare l’economia sarda! Ormai si è perso già molto tempo. Ma sarebbe corretto tornare indietro e porre rimedio al disastro, rivedendo le, quasi tutte, norme sbagliate della riforma. In fondo, sbagliare è umano anche per il legislatore. Che avrebbe, tuttavia, il dovere di correggere il tiro delle proprie scelte sbagliate. In gioco ci sono gli interessi collettivi, non l’orgoglio personale dei segretari di partito o dei governati di turno. Chiaramente i responsabili del disastro istituzionale non sono da ricercarsi in questo Governo e in questo Consiglio regionale. Ma soprattutto nel precedente Consiglio, il peggiore della storia dell’autonomia isolana. Casomai questo Governo può fare molto per rendere produttivo il territorio incentivando la coltivazione totale delle campagne. La cura delle campagne di pianura, di collina e di montagna! Gli estensori del protocollo di Kioto ringrazierebbero, ma prima di loro, chi non ha lavoro.

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