Crisi: Il Medio Campidano può diventare il cuore pulsante dell’economia isolana

di Fulvio Tocco

La povertà colpisce la Sardegna intera

Dobbiamo lottare per trovare la via del cambiamento coltivando il territorio con l’ausilio di Piani straordinari finalizzati alla valorizzazione della campagna

Possibile che il degrado socio economico, il degrado politico, il degrado del silenzio delle classi dirigenti non vengano letti per quel che effettivamente rappresentano e commentati con le giuste parole della politica? La meravigliosa Sardegna continua a dimostrare di non essere amata per quel che merita. Continua a dipendere nettamente dall’economia nazionale. E’ di fronte a sfide strategiche senza precedenti che richiedono innanzitutto, di decidere chi si si vuol diventare ed entro quando e la traduzione di detta decisione in obiettivi concreti e misurabili. La Sardegna affronta la sfida della competizione globale con un handicap enorme che ne vincola scelte e comportamenti: dipende enormemente dai marcati esterni, spende e non produce ricchezza e lavoro. Il datore di lavoro più importante della nostra regione ormai è l’INPS; garantisce annualmente “buste paga” per oltre quattro miliardi a fronte delle contribuzioni previdenziali in picchiata libera. Ma questo dato continua ad essere ignorato, come se non esistesse. Ecco perché da alcuni anni non ammiro i dirigenti dei partiti politici e colletti bianchi della pubblica amministrazione. Durante gli ultimi trenta anni gli scaffali degli enti locali si sono arricchiti sempre di più d’ informazioni sulla condizione sociale ed economica dei sardi. Si è creata così una situazione di accumulo progressivo delle diagnosi dei problemi ma di soluzioni per evitare di dipendere dalla terra ferma non ne abbiamo visto neanche l’ombra. Man mano che siamo andati avanti abbiamo cresciuto la dipendenza anche nei comparti produttivi più forti. L’esempio più eclatante lo troviamo in zootecnia: Una regione con un alto numeri capi (3.800. 000) che non dà importanza alla coltivazione dei legumi (coltiva appena lo 0,17 della SAU) la dice lunga sulle capacità di lettura dei bisogni territoriali. Quella partita vale una grande industria: mette in moto un giro di granaglie di oltre tre milioni di q.li l’anno. Se tutto ciò possa produrre benefici trasversali per tutti i sardi non è mai stato preso nella dovuta considerazione da parte di chi governa e di chi studia. Si agisce pensando solo a se stessi questo è il dramma. E chi pensa ad agire con progetti collettivi corre il rischio di essere osservato con ilarità. La questione dei “giganteschi” legumi insostituibili per il miglioramento dell’ambiente e per il completamento delle razioni alimentari è stata sottovalutata ed irrisa; accostata ad un piatto di lenticchie. Di fronte ai dati resi noti questi giorni dai giornali gli egoisti buontemponi di allora che diranno? Ora siamo costretti a girarci i pollici ed i giovani e chi ha perso il lavoro ad emigrare. Che in Sardegna non si è lavorato per la crescita è chiarissimo. Il mantenimento delle terre pubbliche incolte, dalla riforma degli enti agricoli in poi, ne sono la chiara dimostrazione. Si è agito pensando di essere soli. Si è agito pensando solo a se stessi per non correre rischi. Eppure i premi annuali assegnati dicono che abbiamo una classe dirigente efficientissima. Ciò nonostante io sono un assertore convinto, con studi e dati alla mano, che il Medio Campidano ha le carte in regola per diventare il cuore pulsante dell’economia regionale. La questione è politica. Basta saper leggere il territorio. Con un Piano di sviluppo finalizzato all’alimentazione del comparto produttivo più importante della Sardegna la ripartenza dell’economia sarà assicurata. Chiaramente siamo ancora sulla via del miglioramento; noi dobbiamo lottare per trovare la via del cambiamento considerando il Territorio una risorsa. …per far ripartire l’economia reale.

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